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Foto: Stefano Zanussi
Questo articolo suggerisce l’inclusione della Cina negli accordi sul clima post-2020 attraverso un percorso ad hoc, guidato da una tassa sul carbonio nazionale che parta con un’incidenza bassa e cresca nel tempo. Secondo i nostri scenari, una tassa di 10$ per tonnellata di carbonio nel 2020, che cresca fino a circa 50$ nel 2050, ridurrebbe le emissioni del 30% rispetto a quanto accadrebbe se non si attuasse in Cina alcuna politica climatica. Parallelamente, i Paesi sviluppati dovrebbero promuovere il ruolo della Cina come leader della regione asiatica nella mitigazione del clima.
Introduzione
L’economia cinese cresce ad una velocità da record da almeno due decenni. Tale crescita, alimentata da una rapida espansione industriale, è motore di una continua e crescente ricerca di risorse naturali in generale e di energia in particolare, con implicazioni globali sui mercati delle materie prime e sull’ambiente (Moran, 2010). La Cina è divenuta il principale emettitore di anidride carbonica nel 2006, tra i cinque e i nove anni in anticipo rispetto a quanto previsto fino al 2004. E non è ancora finita.
Le prospettive future per l’economia cinese sono rosee. Sede di un quinto della popolazione mondiale, la Cina può divenire un gigante economico mondiale. La strada per la prosperità è comunque lunga, essendo il PIL pro capite cinese ancora una piccola frazione del PIL medio pro capite delle economie OCSE (il 10% se misurato in MER – Market Exchange Rate/tasso di cambio di mercato , il 23% se misurato in PPP – Purchasing Power Parity/potere d’acquisto) [1]. Un periodo così prolungato di crescita economica a ritmo serrato ha il potenziale di raddoppiare o triplicare le emissioni cinesi.
Nonostante l’efficienza energetica sia aumentata notevolmente negli ultimi trent’anni, la Cina usa ancora 4,3 volte più energia per unità di produzione rispetto alle economie OCSE e 2,5 volte rispetto alla media mondiale (se si considera il potere d’acquisto, l’intensità di energia è rispettivamente maggiore del 90% e del 40%). La Cina emette inoltre più gas serra per unità di energia rispetto ai Paesi OCSE e alla media mondiale (rispettivamente il 30% e il 40% in più). Questo mix di alta intensità energetica, alta intensità di carbonio e veloce crescita economica è destinato a generare un continuo aumento delle emissioni.
Per ottenere intuizioni quantitative più solide, abbiamo sviluppato per la Cina uno scenario di lungo periodo della domanda di energia e delle emissioni utilizzando il modello di valutazione integrata WITCH (Carraro e Massetti, 2012; per il modello WITCH si veda Bosetti et al. 2006 e www.witchmodel.org). Nello scenario di base, senza politiche di riduzione delle emissioni di CO2 da combustibili fossili, queste potrebbero essere pari a 18Gt nel 2050: 2,6 volte maggiori rispetto al 2010 (Figura 1). Le emissioni crescerebbero ad un ritmo molto inferiore nella seconda metà del secolo e sarebbero pari a 21Gt di CO2 all’anno nel 2100. Il modello considera infatti continui miglioramenti dell’ efficienza energetica, ma la crescita economica più che compensa l’efficienza ottenuta e l’intensità di carbonio rimane costante poiché il carbone continua a dominare la generazione di energia[2].
Figura 1. Scenari di emissioneNel 2050 la Cina emetterà tanta CO2 da combustibili quanta l’intera area OCSE e sarà responsabile di un terzo delle emissioni globali. Ciononostante, le emissioni pro capite rimarranno più basse di quelle delle economie OECD nel 2050 (leggermente maggiori del livello attuale di queste economie), ma molto maggiori di altri Paesi in via di sviluppo. Per esempio, l’India, che è troppo spesso citata con la Cina nei dibattiti internazionali, raggiungerà l’attuale livello di emissioni pro-capite della Cina solo tra diversi decenni (Massetti, 2011).
Questo è un primo importante messaggio: la Cina è e sarà in una posizione singolare nel dibattito politico sul clima. Non è abbastanza ricca da poter essere considerata alla stregua delle economie avanzate, che ci si aspetta possano iniziare immediatamente la riduzione delle emissioni, ma non è abbastanza povera ed è troppo grande per permettersi di non fare niente ancora per molti anni.
Per questa ragione l’attuale questione non è se la Cina parteciperà o meno agli accordi internazionali per i tagli delle emissioni di gas serra. Non ci saranno accordi globali senza la Cina. La vera questione è quando e con quali obiettivi è ragionevole che la Cina inizi a tagliare le sue emissioni.
Scenari delle politiche nel 2020, 2050 e oltre
Per avere indicazioni utili sulle future politiche climatiche cinesi, usiamo ancora il modello WITCH (Carraro e Massetti, 2012). Assumiamo che la Cina e tutti gli altri Paesi introducano una tassa uniforme sulle emissioni il cui gettito venga ridistribuito in maniera non distorsiva (lump-sum) (Tabella 1).[3]
Tabella 1. Scenari dei prezzi del carbonio (2005$ Ton CO2-eq) con le relative concentrazioni e temperature nel 2100 Questa è una semplificazione molto forte che usiamo pero’ per esplorare una vasta gamma di politiche, sia in termini di rigore che in termini di strumenti politici. Questo schema è garanzia di efficienza, ma non di equità, come discuteremo più avanti.
In questo scenario, le emissioni smettono di crescere solo se il prezzo del carbonio segue le traiettorie più alte. Non è necessario avere tasse elevate nel 2020. E’ sufficiente che gli attori economici percepiscano con certezza che le tasse aumenteranno rapidamente nel corso del tempo per indurre investimenti verdi, perché i capitali del settore energetico necessitano di un notevole anticipo d’azione.
Mettendo insieme le combinazioni tratte dai cinque scenari di tassazione analizzati, vediamo che l’elasticità delle emissioni è più alta in Cina che nei Paesi OCSE finché la tassa raggiunge i 500$/tCO2-eq (Figura2). Quando la tassa è bassa, la Cina abbatte le emissioni più dei Paesi OCSE, contribuisce relativamente più di loro a ridurre il riscaldamento globale e incorre in costi più elevati. Per alti livelli di tasse, le emissioni cinesi diventano invece molto inelastiche.
Figura 2. Tasse sul carbonio e riduzione delle emissioni rispetto allo scenario Business-As-UsualIl costo di una traiettoria fiscale che raggiunga l’obiettivo dei 2°C nel 2100 varia a seconda del tasso di interesse utilizzato per l’attualizzazione. I costi variano tra il 5,4% e il 3,2% del futuro PIL scontato per la Cina, e tra il 2,8% e l’1,3% per i Paesi OCSE. Tutti gli altri obiettivi sono più costosi per la Cina che per l’OCSE (Figura 3). I costi di abbattimento delle emissioni sono evidentemente non lineari.
Figura 3. Il costo di riduzione dei gas ad effetto serraIl principale messaggio che otteniamo da questa analisi di scenario è che politiche climatiche ambiziose saranno costose per la Cina e saranno molto probabilmente escluse per motivi di equità. Tuttavia, il mondo non può permettersi di lasciare che le emissioni della Cina aumentino ancora per molto. Per questa ragione, proponiamo un approccio pragmatico per includere la Cina in un futuro accordo globale basato sui seguenti quattro principi:
Ci rendiamo conto che con questo pacchetto di politiche le emissioni crescerebbero probabilmente al di là di quanto auspicato da molti. Tuttavia, preoccupati come siamo dalla prospettiva di un riscaldamento globale totalmente incontrollato, crediamo che sia giunto il momento per la politica climatica di essere radicata in quello che può essere fatto, piuttosto che in quello che dovrebbe essere fatto.
Note
[1] Dati dal database World Bank Development Indicators.
[2] Le emissioni potrebbero essere minori se la Cina investisse di più nell’energia nucleare e nelle rinnovabili per ridurre la sua dipendenza dal carbone e per affrontare i problemi di inquinamento locale. Inoltre, un’espansione globale dell’approvvigionamento di gas naturale da scisti bituminosi potrebbe aumentare la quota di energia da gas, che è attualmente molto bassa in Cina. Questi fattori non sono inclusi nella nostra analisi e potremmo dunque fissare un limite superiore all’intensità di carbonio dell’energia in Cina. Al contrario, consideriamo rapidi miglioramenti nell’efficienza energetica, in linea con quanto si è verificato negli anni ’80 e ’90, e che difficilmente si ripeterà. Contrariamente alle prospettive al 2050 di Zhou et al. (2011), non vediamo picchi di emissioni, né nel 2030, né in alcun altro periodo. La nostra traiettoria è più simile a quella di Blanford, Richels e Rutherford (2008), ERI (2009) e IEA (2010). Il nostro scenario di emissioni è in linea con molti studi generati da IAM – Modelli di valutazione integrata (Blanford et al., 2012).
[3] Usiamo il termine generale “tassa sul carbonio” ma intendiamo una tassa su tutte le emissioni di gas ad effetto serra, in tutti i settori.
Riferimenti



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