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Il cambiamento climatico sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti, tanto che il Parlamento europeo e molti Parlamenti nazionali l’hanno dichiarato emergenza nazionale. Anche il Presidente della Repubblica Italiana, nel suo discorso di fine d’anno, l’ha richiamato tra le grandi sfide che ci aspettano nel prossimo decennio.
Perché a rischio non c’è il pianeta, che sta al suo posto da 4,5 miliardi e sopravvivrà benissimo per qualche altro miliardo di anni. Diventerà forse un po’ più simile a Venere, il pianeta che ha una contrazione di gas serra elevatissima nella sua atmosfera. Ma sopravvivrà.
A rischio c’è invece la specie umana, o almeno una parte di essa, perché le condizioni climatiche stanno diventando incompatibili con la permanenza degli umani in molte aree del pianeta. Gli impatti dei cambiamenti climatici sui nostri sistemi economici sono infatti già oggi molto rilevanti (190 miliardi all’anno a livello globale, 4-6 miliardi all’anno per l’Italia) e cresceranno rapidamente nei prossimi decenni.
Non sono quindi a rischio solo le generazioni future, ma anche le generazioni di oggi, soprattutto nelle regioni più vulnerabili del pianeta. Più vulnerabili perché più soggette al clima che cambia e perché più povere e quindi meno in grado di difendersi.
Siamo quindi a un bivio e possiamo continuare a fare come abbiamo fatto finora. Ignorando i risultati della scienza oppure accettandoli senza agire. Come gli struzzi di fronte al pericolo.
In realtà gli struzzi non fanno proprio così. Ma noi umani sì. Conosciamo le cause e le conseguenze del cambiamento climatico e non interveniamo ne’ sulle cause (per ridurre le emissioni di gas sera) ne’ sulle conseguenze (per ridurre gli impatti di inondazioni, incendi, siccità…). Negli ultimi 40 anni da quando conosciamo i pericoli derivanti dal cambiamento climatico, da quando abbiamo preso coscienza e abbiamo iniziato a firmare trattati ed accordi per ridurre le emissioni di gas serra… Abbiamo emesso di più che in tutta la storia precedente dell’umanità.
La strategia dello struzzo non lascia scampo. Porterà inevitabilmente ad una progressiva scomparsa di condizioni climatiche compatibili con la presenza della specie umana in molte aree del pianeta. Nel 2040 la temperatura avrà raggiunto 1,5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali e a fine secolo sarà di 4 o 5 gradi superiore. Già con un grado di aumento i danni sono enormi, ma ci possiamo adattare. Con 4 o 5 gradi di aumento l’adattamento non sarà possibile per molte popolazioni, soprattutto nelle regioni più popolate della terra.
Abbiamo però ancora la possibilità di prendere una strada diversa. Una seconda opzione, l’altra strada del bivio. Una strategia più intelligente di quella dello struzzo. Una strada costosa, soprattutto nella fase di transizione, ma in grado di dare alla specie umana non solo possibilità di sopravvivenza, ma condizioni di vita migliori.
E’ una corsa contro il tempo. Arriverà prima il cambiamento tecnologico che ci permetterà di azzerare le emissioni e rimuovere quelle emesse nel passato in modo che la temperatura non aumenti in questo secolo più di 2 gradi in media rispetto ai livelli pre-industriali? Oppure arriverà prima il cambiamento climatico con i suoi effetti devastanti sul benessere soprattutto delle popolazioni più vulnerabili, nei paesi in via di sviluppo?
La consapevolezza di tutto ciò dovrebbe indurre governi, imprese e consumatori ad agire, ciascuno nel proprio ambito e con i propri mezzi, il più rapidamente possibile. Perché allora non si fa? Mancanza di cultura, di visione, di indipendenza dei governi dalle lobby industriali? Per timore di ricadute economiche ed occupazionali negative? Per miopia ed irresponsabilità nei confronti soprattutto delle generazioni future?
In realtà ciascuno di noi, ciascun cittadino, può fare molto con le azioni di tutti i giorni. Scegliendo cosa consumare, dove e come andare, su cosa investire… Ma soprattutto facendo pressione e scegliendo in modo intelligente chi ci rappresenta nei governi locali, regionali e nazionali.



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