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Nel corso degli ultimi mesi, lo spettro di una “bolla del carbonio” ha creato un certo brusio sia nei media specializzati sia in quelli tradizionali. Il presupposto e’ che i principali Paesi sviluppati o in forte crescita debbano impegnarsi al più presto ad adottare strategie di mitigazione per minimizzare i rischi e le conseguenze dell’aumento della temperatura media globale; questo significherebbe, tra l’altro, ridurre in modo decisivo le emissioni di gas serra da combustibili fossili.
Basandosi su solide basi scientifiche, l’International Energy Agency (IEA) ha avvertito nel suo ultimo World Energy Outlook che, per attenersi al limite di emissioni concordato a livello internazionale e cercare di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2˚C , due terzi delle riserve di combustibili fossili esistenti a livello mondiale dovrebbero restare nel sottosuolo. In sostanza, questo significa che sarebbero “non bruciabili”.
Ma l’industria dei combustibili fossili è inserita nei mercati finanziari globali e gli investimenti per trovare e sviluppare nuove riserve, arrivati a 674 miliardi di dollari nell’ultimo anno, continuano a registrare una tendenza al rialzo. Carbon Tracker Initiative, gruppo con base a Londra, ha stimato che le riserve totali di gas, carbone e petrolio quotate nelle borse di tutto il mondo corrispondono ad un quantitativo di CO2 pari a 762 Giga Tonnellate (Gt), circa un quarto di quanto sono in grado di produrre le riserve mondiali accertate (2.860 GtCO2, secondo l’IEA).
Considerando le potenziali riserve che le aziende stanno cercando di reperire con i nuovi investimenti, l’importo di CO2 raddoppierebbe. Ma quanta di questa CO2 può essere “bruciata”?
Secondo Carbon Tracker, il carbonio a disposizione entro il 2050, per garantirsi l’80% di probabilità di mantenere l’aumento delle temperature medie al di sotto di 2°C, è di 900 GtCO2. Se ci si accontenta di una probabilità del 50%, la cifra cresce a 1075 GtCO2. Quindi il carbonio a disposizione nella seconda metà del secolo è solo di 75 GtCO2 per avere una probabilità dell’80% e di 475 GtCO2 per il 50%, “in assenza di tecnologie ad emissioni negative”, come ad esempio un forte sviluppo del Carbon Capture and Storage (CCS). Nello scenario idealizzato dall’IEA (in cui le tecnologie CCS impediscono a 125 Gt di anidride carbonica di entrare nell’atmosfera tra il 2015 e il 2050), i tetti massimi di emissioni al 2050 potrebbero essere alzati solo del 12-14% rispetto allo scenario senza CCS.
Secondo l’IEA, gli enti pubblici possiedono la gran parte delle riserve di combustibili fossili: fino al 90 per cento del petrolio e del gas, circa due terzi del carbone. Anche se il ruolo delle imprese private ad una prima osservazione potrebbe sembrare marginale, alcuni settori finanziari hanno iniziato a preoccuparsi per la prospettiva che il collasso del valore delle loro azioni, nel caso in cui effettivamente le risorse fossero dichiarate ” non bruciabili”, si possa trasformare in un rischio sistemico. Carbon Tracker ha analizzato 200 aziende di combustibili fossili, con un valore di mercato totale di 4 triliardi di dollari e un debito di 1.5 triliardi. Studi di diverse banche (come HSBC e Citigroup) e dell’agenzia di rating Standard & Poor hanno dimostrato che la riduzione delle emissioni di carbonio potrebbe mettere a rischio il futuro del settore del gas e del petrolio, causa il calo della domanda che rischia di abbassare i prezzi di queste risorse. Un’analisi HSBC stima che, tenendo conto del rischio derivante dalla combinazione delle riserve “non bruciabili” e dell’abbassamento dei prezzi, la perdita potenziale per le società petrolifere sarebbe del 40-60% della capitalizzazione.
Come ha dichiarato l’economista Lord Nicholas Stern, i numeri mostrano una “incoerenza tra le valutazioni correnti sul valore dei combustibili fossili e il percorso che i governi si sono impegnati a intraprendere”. Il problema è sempre più al centro dei riflettori per azionisti e investitori istituzionali: nel corso degli incontri annuali degli azionisti di Shell e Consol Energy di maggio, alle imprese è stato chiesto come stessero affrontando la “bolla del carbonio” e le questioni relative alle riserve di combustibili non bruciabili. E la stessa preoccupazione si sta estendendo ad altre imprese del settore.
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