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Come può un accordo internazionale facilitare significativamente la mitigazione delle emissioni di gas ad effetto serra sia nei Paesi sviluppati che nei Paesi in via di sviluppo, rispettando allo stesso tempo il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”? Come si può, attraverso un accordo internazionale, bilanciare al meglio gli investimenti pubblici e privati tra azioni di mitigazione e di adattamento? Che ruolo può avere il mercato nell’ampliare la partecipazione a tali accordi e nel migliorare i risultati della mitigazione delle emissioni? Come può un accordo politico globale essere trasparente e credibile?
Sembra un vero e proprio annuncio quello che lanciano al mondo della ricerca Joseph Aldy e Robert N. Stavins, docenti ad Harvard, nell’articolo intitolato “I negoziati climatici creano un’opportunità per i ricercatori” (Science, 31 agosto 2012). In effetti, è un momento delicato. Probabilmente il più proficuo degli ultimi anni di negoziati. Le delegazioni sono al lavoro per identificare nuove possibili architetture politiche globali da definire entro il 2015 e da attuare entro il 2020 nell’ambito della nuova Piattaforma di Durban. E’ l’ora, per ricercatori, esperti, gruppi di interesse e think tanks di tutto il mondo, di farsi avanti con nuove proposte per conciliare gli interessi di molti al fine di raggiungere un accordo vincolante che consenta di limitare concretamente le emissioni globali di gas serra (mitigazione) e di agire allo stesso tempo per limitare i danni che i cambiamenti climatici inevitabilmente causeranno (adattamento).
Cosa rende questo un momento potenzialmente proficuo?
Gli autori dell’articolo identificano il 2009, anno in cui è stato fondato il Major Economies Forum on Energy and Climate (MEF) all’Aquila, come anno di svolta: in quell’occasione, i 17 principali Paesi sviluppati e in via di sviluppo (Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione Europea, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea, Messico, Russia, Sud Africa, Regno Unito e Stati Uniti) dichiarano congiuntamente la necessità e l’impegno nella riduzione di gas serra.
Anno di svolta perché si inizia finalmente ad offuscare la netta opposizione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo nell’azione globale contro i cambiamenti climatici. Tale separazione esiste fin dal 1992, anno di nascita dell’UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), e ha fondamento nell’articolo 3 della Convenzione Quadro, che afferma: “Le parti devono proteggere il sistema climatico (…) in rapporto alle loro comuni ma differenziate responsabilità e alle rispettive capacità. Pertanto i paesi sviluppati che sono parti alla convenzione, devono prendere l’iniziativa nella lotta contro i cambiamenti climatici e i relativi effetti negativi”.
Il principio delle responsabilità comuni ma differenziate si è concretizzato nella suddivisione tra Annex I, comprendente i Paesi sviluppati con obiettivi concreti e vincolanti di riduzione delle emissioni nell’ambito del Protocollo di Kyoto (1997), e non-Annex I, composto dai Paesi in via di sviluppo, fino a quel momento limitatamente responsabili delle emissioni di gas serra ed economicamente troppo deboli per investire risorse in questo ambito.
Passato un ventennio, la suddivisione di responsabilità tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo va rivista: come illustrato nella Figura 1, le cose sono cambiate rispetto ai tempi della stipula del Protocollo di Kyoto. Le emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili per i Paesi Annex I sono rimaste costanti, mentre quelle dei Paesi non-Annex I sono quasi duplicate, superando quelle dei primi.

Figura 1 – Emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili dei Paesi Annex I e non-Annex I(1997-2010) – Dati del U.S. Energy Information Administration
E’ con la COP-17 di Durban (Sud Africa, dicembre 2011) che il percorso di sfocatura di quella netta separazione di responsabilità e impegno tra le due parti del mondo fa un ulteriore passo avanti: viene istituita la Durban Platform con il compito di definire entro il 2015 un nuovo strumento giuridico applicabile a tutte le parti. Si inizia la costruzione di un post-Kyoto che preveda un impegno di lungo termine a livello globale per la riduzione dei gas serra, unica alternativa possibile per contenere davvero le emissioni: l’effetto serra è un problema globale che richiede una soluzione globale.
E’ quindi un momento proficuo, ma delicato: i Bonn Talks dello scorso maggio hanno dimostrato il delicato e pericolante equilibrio di un accordo globale, vedendo molti dei Paesi in via di sviluppo iniziare la loro marcia indietro. Le recentissime sessioni negoziali di Bangkok (30 agosto – 5 settembre) sembrano aver fatto progressi verso la Conferenza di Doha (26 novembre – 6 dicembre), ma resta ancora molto da definire.
In attesa di idee nuove, fresche e realizzabili in risposta al loro appello, Aldy e Stavins avanzano una proposta per il post-Kyoto: quella di impostare obiettivi quinquennali di riduzione delle emissioni per tutti gli Stati fino al 2100, che si basino su quattro principi di equità:
(i) Progressività: regolare gli obiettivi di riduzione delle emissioni sulla base del reddito pro-capite. Gli obiettivi diventano progressivamente più stringenti con l’aumento del benessere
(ii) Recupero degli ultimi arrivati: aiutare a colmare il divario tra le emissioni del 1990 (punto di riferimento per i firmatari del Protocollo di Kyoto) e i punti di partenza dei nuovi entranti (USA, Cina, Canada….)
(iii) Livellamento: allineare gli obiettivi con le medie globali di emissioni pro-capite entro la fine del secolo
(iv) Vincolo di fattibilità economica: i costi non dovranno superare una determinata percentuale del Prodotto Interno Lordo degli Stati.
Questi principi, conditi da un unico mercato globale delle emissioni e da un rigoroso sistema di misurazione, monitoraggio e controllo del rispetto delle regole, potrebbero costituire una solida base per una nuova architettura politica che sia trasparente e credibile ed allo stesso tempo efficace nel ridurre le missioni di gas ad effetto serra.
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