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I cambiamenti, soprattutto tecnologici, che caratterizzano le principali economie mondiali, chiedono di ripensare alla formazione, sia professionale che universitaria, per trasmettere nuove competenze, ma soprattutto un nuovo modo di apprendere e di lavorare, flessibile, adattivo, collaborativo, perché i cambiamenti sono troppo veloci per sapere oggi quali competenze saranno necessarie tra dieci anni. Come scrive Federico Butera nel recente Rapporto della Fondazione Nord Est “il paradigma dominante del lavoro nella quarta rivoluzione industriale potrà essere quello dei mestieri e professioni a banda larga (broadband professions). Questo modello permette alle persone di passare da un ruolo all’altro senza perdere identità; permette una visione e una strumentazione a chi programma lavoro e formazione”.
Serve quindi investire in formazione professionale di alto livello per chi dovrà programmare, gestire, interagire con macchine e intelligenza artificiale. Serve investire nelle scuole e nelle università, cambiando le scuole e le università, nei contenuti e nei metodi di insegnamento, nelle infrastrutture e nel legame con il mondo delle imprese. Modificando programmi di insegnamento, formando gli insegnanti e retribuendoli meglio, facendo crescere il numero di studenti nella formazione professionale avanzata (gli ITS in tutta Italia raccolgono solo 10.000 studenti contro più di 300.000 in Francia e più di 800.000 in Germania). Con grandi investimenti, questa volta davvero strutturali, per una crescita stabile dell’occupazione dei giovani.
Anche in questo campo, il ritardo da recuperare è notevole. L’Italia è al terz’ultimo posto in Europa come spesa per formazione e istruzione (vedi Figura 8), perché investe in formazione ed istruzione solo circa il 4% del PIL, meglio soltanto di Irlanda e Romania.
Servono quindi più risorse, dando priorità alla formazione nella destinazione delle risorse pubbliche, a scapito di altre spese molto meno importanti e produttive. In particolare, il ruolo degli ITS, nonostante la loro marginalità nel sistema formativo italiano, è fondamentale. Scrive sempre Butera: “I programmi ITS non tendono a formare le persone per ricoprire profili ristretti, mansioni super specialistiche destinate a essere rapidamente superate dall’evoluzione tecnologica e organizzativa, ma piuttosto mestieri e professioni a banda larga, ad alto livello di conoscenze, competenze e capacità trasferibili e al tempo stesso ad alto livello di specializzazione. Le migliori Fondazioni ITS stanno già operando come laboratori di co-progettazione di lavoro e competenze, condotte in collaborazione fra il mondo delle imprese e il mondo della scuola e dell’università”.
E’ necessario quindi investire in nuovi ITS, nell’espansione e aggiornamento degli esistenti, ma anche nel dare più visibilità e reputazione alla formazione negli ITS. A questo fine, a costo zero, sarebbe sufficiente che le università riconoscessero i crediti acquisiti negli ITS per quegli studenti che volessero poi proseguire con una laurea, in particolare una delle nuove lauree professionalizzanti. In questo modo, la scelta di un ITS non sarebbe irreversibile, parallela a quella universitaria, ma diverrebbe invece un ulteriore elemento di flessibilità del sistema formativo. Uno studente potrebbe infatti iniziare con un ITS e poi spostarsi, senza perdere tempo e fatica, in una università. I benefici per gli ITS sarebbero inoltre rilevanti in termini di reputazione e avversione al rischio delle famiglie.
Su questa strada si è già mosso il Politecnico di Torino, assieme all’ITS sulla meccatronica, ma è una strada che dovrebbe essere seguita con decisione da tutti gli atenei italiani.
Allo stesso tempo, va riformata e potenziata la formazione universitaria. Come sopra evidenziato, l’Italia è quart’ultima in Europa come numero di laureati e la posizione non tende a migliorare nel tempo. Rimane infatti la stessa se si guarda non al totale della popolazione, ma alla quota di giovani che dopo la maturità sceglie un percorso di formazione terziaria (laurea o ITS). Il rischio è quello che l’avvicinarsi della rivoluzione digitale ci colga impreparati, senza le competenze per saperla gestire e per trarne i maggiori benefici. Lasciandoci alle spalle una grande quantità di giovani che troveranno difficile, per mancanza di skills e conoscenze adeguate, inserirsi nel mercato del lavoro. Con enormi problemi sociali, prima ancora che economici.
La soluzione sta ancora una volta in un piano di investimenti per la formazione. A tutti i livelli. Non è vero infatti che abbiamo troppe università e troppi studenti universitari. Anzi, siamo gli ultimi tra i paesi OCSE. I dati lo dimostrano chiaramente. E abbiamo un sistema formativo arretrato nei contenuti e nelle modalità di acquisizione delle competenze. Serve quindi ampliare la formazione terziaria (università e ITS), sia con iniziative pubbliche sia con iniziative private, abolendo il vincolo che impedisce la creazione di nuove università e dando vita a collaborazioni pubblico-private per la nascita di nuovi centri di formazione.



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