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Il giorno della sua scomparsa, avvenuta il mese scorso (il 12 Giugno 2012), la Nobel Americana Elionor Ostrom, professoressa all’Indiana University, ha pubblicato all’età di 78 anni il suo ultimo articolo, “Green from the Grassroots“.
Unica donna insignita del Premio Nobel per l’Economia (2009) e nominata nel 2012 dal Time una delle 100 persone più influenti al mondo, la Ostrom ha contribuito in modo molto forte ad un salto di paradigma nelle scienze economiche e sociali e nell’ambito della governance economica, in particolare in relazione alla governance dei beni comuni, ripensando il rapporto tra le scienze naturali e sociali.
I beni comuni sono quei beni o risorse non escludibili e rivali, il cui consumo o utilizzo non può essere impedito ad alcun soggetto (non escludibilità) e, allo stesso tempo, il cui consumo da parte di un soggetto ne danneggia il godimento da parte di altri (rivalità). Un esempio classico sono le riserve di pesce nelle acque internazionali: a nessuno può essere vietata la pesca ma, se ciascuno fosse libero di pescare senza limiti, la pesca dei secondi arrivati sarebbe danneggiata in termini di quantità (rivalità). E’ evidente la centralità della “tragedia dei beni comuni”, cara alla Ostrom e così definita nel 1968 da G. Hardin, nell’economia ambientale e nella tutela delle risorse naturali, basti pensare al ruolo critico dell’acqua o dell’atmosfera come beni comuni.
La Ostrom era conosciuta per il suo lavoro all’avanguardia anche sui temi legati all’azione collettiva, alla fiducia e alla cooperazione, cruciali per risolvere i problemi più urgenti che il mondo globalizzato deve affrontare, da quelli ambientali alle disuguaglianze sociali. Ha studiato l’influenza delle istituzioni sugli individui e ha dimostrato che le comunità locali possono gestire le risorse naturali al pari, se non meglio, dei governi o degli interessi privati: non esistendo una forma di organizzazione sociale adatta ad ogni circostanza, è fondamentale prestare attenzione a tutte quelle forme di organizzazione spontanea di individui e gruppi, anche nelle aree dove tradizionalmente, negli ultimi cento anni, si è agito a senso unico con una regolamentazione sempre più pervasiva.
Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo “Green from the Grassroots – Verde dalle radici” si sarebbe tenuta la Conferenza di Rio+20. Nel suo ultimo lavoro la Ostrom, che era recentemente stata Chief Scientific Adviser alla Planet Under Pressure Conference dello scorso Marzo, affrontava il tema della sostenibilità dal punto di vista degli accordi internazionali mirati a proteggere il nostro sistema ed evitare una crisi umanitaria globale. “L’inazione a Rio sarebbe disastrosa, ma un unico accordo internazionale sarebbe un grave errore” affermava la Ostrom nell’articolo: non si può contare unicamente su politiche unitarie globali per affrontare il problema della gestione delle risorse comuni, che comprende gli oceani, l’atmosfera, le foreste, i corsi d’acqua, la biodiversità… Non avendo mai avuto a che fare con problemi di tali dimensioni, nessuno sa cosa potrebbe funzionare, quindi è importante costruire un sistema in grado di evolversi ed adattarsi rapidamente. Una serie di politiche a diversi livelli (di città, subnazionali, nazionali e internazionali) avrebbe una probabilità di successo maggiore rispetto a politiche singole, globali e vincolanti.
La bella notizia, continuava la Ostrom, è che, in assenza di efficaci legislazioni nazionali e internazionali per la riduzione dei gas ad effetto serra, le città stanno già agendo individualmente. Naturalmente, la vera sostenibilità va oltre il controllo dell’inquinamento. Gli urbanisti devono guardare al di là dei limiti comunali e analizzare i flussi di risorse, energia, cibo, acqua e persone, dentro e fuori la città. In un mondo sempre più interconnesso, le “Città sostenibili” diventeranno il modello da imitare, una buona pratica virtuosa che attrarrà persone alla ricerca di una modalità per rendere sostenibile il proprio stile di vita. Come affermato nella Dichiarazione sullo stato del Pianeta, la sostenibilità è ormai un prerequisito indispensabile per ogni sviluppo futuro. E la sostenibilità locale e nazionale deve crescere fino ad a costituire una sostenibilità globale, che sia insita nel tessuto della società.
“Ciò di cui abbiamo bisogno [a Rio+20, NdR] sono obiettivi universali su temi quali l’energia, la sicurezza alimentare, i servizi igienici, la pianificazione urbana e la povertà“. La definizione degli obiettivi comuni può combattere l’inerzia, ma ciascuno deve poi avere un ruolo nella definizione dei propri: dai singoli individui ai Paesi. Se avesse potuto esserci, forse non sarebbe stata poi così delusa dall’esito di Rio+20.
La Ostrom concludeva il suo ultimo articolo con quello che suona a tutti gli effetti come un appello: “Abbiamo un decennio per agire prima che il costo economico delle attuali soluzioni praticabili diventi troppo elevato. Se non agiamo, rischiamo cambiamenti catastrofici e forse irreversibili al sistema di supporto della nostra vita. Il nostro obiettivo deve essere quello di assumerci la responsabilità planetaria di questo rischio, piuttosto che mettere a repentaglio il benessere delle generazioni future”. La Ostrom è tra coloro che hanno agito. Ora sta a noi.
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