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Rio de Janeiro pullula. 5 padiglioni, 500 eventi ufficiali e 3.000 non ufficiali, più di 190 governi coinvolti e circa 50.000 partecipanti dalla società civile e dalle imprese. E’ stata aperta formalmente ieri mattina l’attesissima Conferenza Rio+20, intitolata “Il futuro che vogliamo”, nuovo spartiacque vent’anni dopo il “Summit della Terra” che lanciò tre fondamentali accordi internazionali: la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), la Convenzione sulla Diversità Biologica e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione.
Ma non solo Rio de Janeiro è in fermento: il mondo intero è in attesa e, diviso tra preoccupazioni e grandi aspettative, partecipa da ogni angolo del pianeta alla Conferenza tramite i nuovi media, specialmente quelli sociali. Anche il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha scelto un social media , Youtube, per lanciare un messaggio globale che sintetizza il senso della conferenza: “Rio+20 rappresenta il futuro che vogliamo, le nostre aspirazioni condivise. Fatemi dire il futuro che voglio io. Sono il segretario Generale delle Nazioni Unite, ma sono anche un padre e un nonno. Voglio un mondo dove tutti possano respirare aria pulita, bere acqua potabile e avere abbastanza da mangiare. Un mondo in cui tutte le persone possano avere un’educazione, vivere in dignità. So che possiamo farlo: nella mia vita e nel mio lavoro, ho visto grandi sofferenze, ma anche grandi speranze”.
Come siamo arrivati fino a qui?
Nel precedente post “Da Rio a Rio+20” ho illustrato a grandi linee i capisaldi che hanno dato forma, a partire dal Summit della Terra del 1992 e fino ad oggi, allo stato attuale degli equilibri internazionali in tema di cambiamenti climatici.
Il processo preparatorio di Rio+20 ha avuto inizio nel Dicembre 2009, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha accordato di convocare la UNCSD (United Nations Conference on Sustainable Development) nel 2012 in Brasile e ha istituito, prima di quel momento, tre incontri del Comitato Preparatorio (PrepCom). Il primo nel 2010, il secondo nel 2011 e il terzo conclusosi il 19 Giugno, alla vigilia della Conferenza.

I temi della Conferenza Rio+20
Lo “zero draft” del documento che verrà adottato come risultato della Conferenza è stato prodotto dal Segretariato delle Nazioni Unite sulla base dei contributi degli Stati, degli organi delle Nazioni Unite, delle organizzazioni intergovernative e di grandi Gruppi. Il documento è stato discusso, negoziato e modificato a partire da Gennaio 2012 in appositi meeting dei delegati presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Intitolata “The future we want – Il futuro che vogliamo”, la bozza iniziale di 19 pagine è cresciuta, con gli emendamenti dei delegati, fino a più di 200 pagine. La versione del 2 Giugno, di circa 80 pagine, è stata discussa per l’ultima volta al terzo PrepCom. E’ di 49 pagine la versione definitiva, approvata via referendum e resa pubblica l’altro ieri: http://www.uncsd2012.org/content/documents/…pdf.
Il dibattito che ha portato a questa bozza definitiva, che sarà fino a venerdì oggetto di discussione formale da parte dei capi di governo, ha manifestato divisioni su questioni concernenti entrambi i temi della conferenza: il concetto di green economy e la governance dello sviluppo sostenibile.
Sul concetto di green economy, e sugli argomenti ad esso strettamente correlati, le divergenze hanno riflesso le diverse posizioni adottate negli ultimi anni in sede di negoziati internazionali, che vedono i Paesi sviluppati chiedere un forte impegno per la sostenibilità ambientale da parte dei Paesi in via di sviluppo, e questi ultimi appellarsi al principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”, oltre ai casi di mancato rispetto degli impegni presi dai paesi più sviluppati.
Come risultato delle negoziazioni sul testo, la versione definitiva di “The future we want” riafferma il principio delle responsabilità comuni ma differenziate.
Per quanto riguarda la governance, un punto di forte disaccordo è stato il ruolo che dovrà giocare in futuro l’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. L’Unione Europea lo avrebbe promosso ad Agenzia specializzata delle Nazioni Unite, ma questo intento non era appoggiato dai Paesi in via di sviluppo e dagli Stati Uniti.
Nel testo definivo l’UNEP appare come “Leading global environmental authority”.
Le reazioni al documento pubblicato ieri non sono state positive, in particolare da parte delle Organizzazioni Non Governative, delle associazioni e dei movimenti ambientalisti, che hanno manifestato immediatamente la loro delusione per un testo che si limita a riaffermare principi generali senza scendere nella concretezza delle azioni. Anche la Commissaria Europea per l’Azione sul Clima, Connie Hedegaard, ha dichiarato insoddisfazione per il testo che contiene pochi impegni e decisioni, e troppi “prendiamo nota” e “riaffermiamo”.
Ma non è ancora finita, ora il testo è in mano ai capi dei governi. Potrebbe ridursi ad una mera dichiarazione di principio, come molti temono, ma ha ancora le potenzialità per diventare una carta per lo sviluppo sostenibile, il documento per il rilancio della green economy a livello mondiale. Molti Paesi in via di sviluppo si rendono conto delle opportunità che la green economy comporta per il mondo intero e in particolare per loro: perso il treno della rivoluzione industriale, sarebbe un peccato perdere quello della green economy. I paesi in via di sviluppo per crescere hanno bisogno di energia e soprattutto di energia pulita. Una crescita verde sostenuta da tutti li metterebbe nelle condizioni di uscire dalla povertà energetica e di percorrere un sentiero di crescita economica compatibile con le risorse di cui disponiamo e in grado di garantire anche le generazioni future.
A Rio, quindi, si scommette anche per l’equità in campo economico a livello globale e intergenerazionale.



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