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“Entro il 2030, il mondo avrà bisogno del 50% in più di cibo, del 45% in più di energia e del 30% in più d’acqua. E questo in un momento in cui i limiti ambientali minacciano la disponibilità delle risorse”, afferma il recente rapporto delle Nazioni Unite “Resilient People, Resilient Planet: a future worth choosing – Persone Resilienti, Pianeta Resiliente: un futuro che vale la pena di scegliere”, che allerta sull’incapacità dell’attuale equilibrio economico e politico di implementare i cambiamenti necessari a livello globale per muovere verso un’effettiva sostenibilità. La principale raccomandazione che si ricava da tale documento, e che si è guadagnata un posto, a conclusione della conferenza delle Nazioni Unite Rio+20, nell’articolo 38 di “The future we want”, è la necessità di trovare nuove modalità di misurare il progresso e la sostenibilità in un’economia verde, che vadano oltre la dimensione economica, al fine di guidare in modo più completo le decisioni politiche.
Molte sono le ricerche che negli ultimi anni stanno indagando la possibilità di istituire nuovi indici a tal fine, tra questi il FEEM-Sustainability Index, che consente anche di analizzare l’effetto sulla sostenibilità futura di politiche economiche ed ambientali, quali ad esempio i futuri accordi sul clima.
L’International Human Dimensions Programme on Global Environmental Change (IHDP) ha presentato il suo Inclusive Wealth Report 2012 proprio in occasione della conferenza Rio+20, basandosi sul Millennium Ecosystem Assessment delle Nazioni Unite (2005) e facendo seguito alle conclusioni del Rapporto della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi (2009). L’Inclusive Wealth Index (Indice di Sviluppo Inclusivo) ha lo scopo di fornire ai decisori politici uno strumento in grado di misurare il benessere di un Paese, guardando oltre ai classici confini dello sviluppo economico di breve termine misurati dal PIL (Prodotto Interno Lordo) e dall’Indice di Sviluppo Umano (HDI – Human Development Index), strumenti che non tengono in considerazione lo stato delle risorse e del capitale naturale, oltre a non valutare la sostenibilità delle politiche.
L’Inclusive Wealth Index (IWI) guarda infatti a tre tipologie di capitale (capitale umano, capitale produttivo e capitale naturale) e misura la loro maturazione nel corso del tempo, fornendo così informazioni sulla sostenibilità della crescita delle Nazioni in una prospettiva di lungo termine.
L’Inclusive Wealth Report 2012 ha applicato l’indice a venti Nazioni distribuite in tutti i continenti, che coprono più della metà della popolazione mondiale e il 72% del PIL mondiale, in un periodo di 19 anni (1990-2008).
Dalla Figura 1 si nota che 19 dei 20 Paesi analizzati hanno visto un calo del loro capitale naturale tra il 1990 e il 2008, con l’unica eccezione del Giappone (quadrante I). Tuttavia, valutando il benessere dei Paesi con l’indice IWI pro capite, nella maggior parte dei casi la diminuzione del capitale naturale è stata compensata da un aumento del capitale umano, risultando così in una crescita della ricchezza inclusiva (IV quadrante).
Secondo il rapporto, nel 70% dei Paesi analizzati l’indice IWI pro capite è cresciuto, ma solo la Cina, con un tasso di crescita maggiore del 2%, è lontana dal rischio di invertire la traiettoria verso una crescita non sostenibile. Attualmente, solo i Paesi del quadrante III (Colombia, Nigeria, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa e Venezuela) hanno registrato un calo sia della ricchezza inclusiva (dovuto principalmente all’alto tasso di crescita della popolazione) che del capitale naturale (in molti casi, in particolare per il Sud Africa, dovuto al rapido declino del patrimonio di combustibili fossili).
E’ importante notare la discrepanza che si è manifestata tra l’indice IWI, che si concentra sugli stock e sulle loro variazioni nel tempo, e gli altri indici (PIL e HDI) applicati ai medesimi Paesi: i Paesi del terzo quadrante, che hanno IWI pro capite negativo, hanno infatti PIL pro capite e HDI positivi (con l’unica eccezione del Sud Africa, che ha anche HDI negativo). Infine, il fatto che nessun Paese si posizioni nel secondo quadrante, che combina un calo del benessere secondo l’indice IWI con un aumento del capitale naturale, sostiene il principio alla base della green economy: in nessun caso del campione l’aumento del capitale naturale è andato a discapito della ricchezza inclusiva.

Figura 1- Cambiamenti pro-capite nel capitale naturale e nell'IWI, per Paese (1990-2008)
L’Inclusive Wealth Index può rappresentare uno strumento importante per i decisori politici e per le autorità, che permette di monitorare lo sviluppo e il benessere dei Paesi mantenendo la direzione della sostenibilità. L’edizione del 2012 è la prima di una serie di rapporti che saranno pubblicati ogni due anni, e che possono supportare nella scelta di forme di investimento adeguate ad incoraggiare uno sviluppo sostenibile.
Dal rapporto sono scaturite cinque indicazioni principali per i policy maker:
L’approccio olistico per il calcolo della ricchezza applicato dall’Inclusive Wealth Index rivela che la crescita del PIL e dell’HDI può andare a scapito di altre componenti dell’economia di un Paese, come il capitale naturale. Perseguire una crescita economica a spese del capitale naturale può sembrare conveniente nel breve termine ma costare molto nel lungo termine. E quando si parla di sviluppo sostenibile non si può non tenere conto anche delle esigenze delle generazioni future.
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