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Uno degli strumenti più importanti deliberato nell’ambito delle recenti Conferenze delle Parti è il fondo per aiutare i Paesi in via di sviluppo (i) a crescere senza aumentare considerevolmente le loro emissioni e (ii) ad adattarsi ai cambiamenti climatici oramai inevitabili. Sarà davvero efficace?
Il finanziamento per favorire l’accesso dei Paesi in via di sviluppo a tecnologie che dovrebbero consentire e sostenere azioni di mitigazione e di adattamento è una importante novità dei recenti accordi negoziali internazionali. L’impegno contenuto nell’accordo di Copenaghen e ribadito a Cancun è quello di istituire un fondo preferenziale, che sarà composto da 10 miliardi di dollari ogni anno dal 2010 al 2012 (per un totale di 30 miliardi di dollari). Se vi saranno azioni sufficienti e trasparenti per la mitigazione, i Paesi sviluppati si sono impegnati a mobilitare, congiuntamente, 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020.
Recenti ricerche con una versione migliorata del modello WITCH – progettato per quantificare il profilo di tempo ottimale degli investimenti per l’adattamento e la mitigazione – mostrano chiaramente che è ottimale investire immediatamente in azioni di mitigazione, e rimandare al futuro la maggior parte degli investimenti di adattamento (Bosello, Carraro e De Cian 2009). Il motivo è che c’è l’urgenza di controllare le emissioni di gas ad effetto serra al più presto per raggiungere gli obiettivi di controllo della temperatura. Gli effetti a breve termine dei cambiamenti climatici sono ancora moderati e le misure di adattamento possono essere messe in atto in modo relativamente veloce in futuro.
Consideriamo quindi che le risorse finanziarie mobilitate a Copenaghen vengano utilizzate soprattutto per mitigare le emissioni di gas serra, almeno a partire dal 2011 fino al 2020. Assumiamo inoltre che queste riduzioni delle emissioni si aggiungano a quelle già previste. Queste risorse sono sufficienti a finanziare gli investimenti necessari per colmare il divario tra le riduzioni delle emissioni annunciate e le traiettorie ottimali, verso un sicuro percorso di stabilizzazione delle concentrazioni dei gas a effetto serra ?
Impatti attesi del Green Climate Fund
Le nostre stime dimostrano che, dedicando circa il 60% del Green Climate Fund ad azioni di abbattimento a basso costo nei Paesi in via di sviluppo, le emissioni globali potrebbero avere il loro picco nel 2020, come mostrato nella Tabella 1.
Tabella 1. Il potenziale di mitigazione del Green Climate Fund
Aumentando la dotazione del Green Climate Fund la riduzione delle emissioni continuerà ben al di sotto di un livello business-as-usual. La trasformazione del GCF in un fondo esclusivamente (100%) di mitigazione permetterebbe di ridurre le emissioni del 3% rispetto al 2005. Si limiterebbe al 18% l’incremento rispetto al 1990 e si ridurrebbero le emissioni del 22% rispetto al business-as-usual (si veda Figura 1).
Figura 1. Scenario storico e business-as-usual delle emission di gas ad effetto serra, l’Accordo di Copenhagen e il ruolo del Green Climate Fund per la mitigazioneCon una rapida azione di mitigazione, è quindi possibile avere il picco delle emissioni intorno al 2015 ma, al fine di conseguire le riduzioni delle emissioni richieste nel 2020 (10% rispetto al 2005), sarebbero necessari ulteriori finanziamenti .
Pertanto, se tutto il Copenhagen Green Climate Fund fosse utilizzato per finanziare azioni di mitigazione aggiuntive e a basso costo nei Paesi in via di sviluppo, questo potrebbe comportare un picco delle emissioni prima del 2020. Con regolari tagli alle emissioni nei decenni successivi, sarebbe possibile limitare l’aumento della temperatura a circa 2,5 °C, al di sopra della soglia dei 2°C, ma ben al di sotto del livello di temperatura che si raggiungerebbe senza una forte azione di mitigazione.
Riferimenti



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