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Quando una star del cinema internazionale apre un vertice sul clima, c’è sempre la speranza – per quanto poco razionale – che l’eccitazione per la sua presenza porti a risultati entusiasmanti.
E’ stato il caso del World Summit of Regions for Climate, tenutosi il 10-11 ottobre 2014 a Parigi: Arnold Schwarznegger, da tempo attivo per attirare l’attenzione sui pericoli legati ai cambiamenti climatici in corso, non ha solo dato il via al vertice, ma è stato anche uno dei promotori del meeting, il cui obiettivo era dare ufficialmente avvio alla “Road to Paris 2015”. Insieme alla Regions for Climate Action (R20), da lui fondata, ha dato il benvenuto a governi locali e nazionali, leader del mondo della finanza e del business.
Sullo slancio del UN Climate Summit tenutosi a New York a settembre, la Road to Paris 2015 ha sottolineato l’importanza di una collaborazione tra pubblico e privato. Ma, soprattutto, ha sottolineato l’importanza di affrontare i cambiamenti climatici a livello locale e regionale. L’intento del vertice, più che chiaro anche solo guardando la lista degli invitati, solleva alcune questioni interessanti.
Da quando è iniziata un’ azione internazionale per il controllo del clima, l’attenzione è stata posta sulle risposte necessarie a livello nazionale e sovra-nazionale. Approccio giustificabile, secondo il principio che un problema di scala globale richiede una risposta su scala globale. Ma dopo circa 20 meeting internazionali (COP – Conference of the Parties) dell’UNFCCC, stiamo ancora esitando e tentennando sulla definizione di obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra che siano vincolanti. Si può quindi capire perchè più di qualcuno sia ormai piuttosto scettico all’idea che si possa raggiungere una soluzione top-down che possa efficacemente ridurre le emissioni.
Ma qual è l’alternativa?
Sforzi piccoli, isolati e dal basso possono essere un’alternativa valida? Strategie per il clima di tipo bottom-up, a livello cittadino o di singola impresa, hanno sempre convissuto all’ombra degli impegni dei governi nazionali. Ma forse se ne sta finalmente iniziando a comprendere il potenziale. Il World Summit of Regions for Climate ha sottolineato la necessità di iniziare a considerare seriamente tali iniziative dal basso: se il primo approccio, quello nazionale o sovra-nazionale, non raggiunge i risultati che speravamo, meglio dare avvio ad un piano B.
Resta da chiedersi se questi approcci “dal basso” sono in grado di apportare riduzioni significative delle emissioni, laddove il tradizionale approccio top-down non ci sta riuscendo. Di sicuro non potranno sostituire completamente le decisioni a livello nazionale, dato il ruolo cruciale che i settori energetico e agricolo, entrambi spesso fuori dal controllo dei governi locali, giocano nella riduzione delle emissioni di gas serra. Senza citare il basso controllo che i governi locali hanno sulle grandi infrastrutture dei trasporti e sulle smart grids (reti “intelligenti” per la distribuzione dell’energia), altri settori cruciali per la riduzione significativa delle emissioni.
Con questa consapevolezza, un approccio dal basso resta tuttavia molto importante. E qui sta la rilevanza del vertice: connettere imprese, settore privato e governi locali. Questo significa non solo aumentare l’azione bottom-up, ma espanderla attraverso la connessione delle diverse iniziative e dei diversi attori. Condividere competenze, informazioni e idee. Questo è fondamentale se si vuole che approcci bottom-up abbiano impatti significativi sulla riduzione delle emissioni.
Il summit di Parigi ha sintetizzato i suoi obiettivi e le future azioni da intraprendere in un importante documento, la Paris Declaration, output tangibile del summit. Il documento è un’iniziativa intersettoriale in cui istituzioni, imprese e mondo della finanza, a livello subnazionale, si sono impegnati a dare il loro supporto ad un accordo internazionale per il clima nella prossima COP21 di Parigi (2015). Il documento sarà fatto circolare internazionalmente per raccogliere quante più firme possibili prima della COP21.
Il documento afferma che i firmatari “riconoscono che affrontare i cambiamenti climatici sia una grande opportunità per lo sviluppo sostenibile se sarà associata all’espansione di un’economia a bassa intensità di carbonio con un approccio bottom-up, a livello locale, subnazionale, della società civile e del business, promuovendo la creazione di green jobs e migliorando la salute dei cittadini, sviluppando adeguate tecnologie e incrementando la produzione di energia da fonti rinnovabili, con maggiore sicurezza ed efficienza energetica”.
Il messaggio è inequivocabile: imprese, cittadini e istituzioni vogliono un’azione efficace per il controllo dei cambiamenti climatici. La domanda rimane: funzionerà questa pressione politica dove altre strategie non hanno ancora funzionato?



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