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Ritorno del carbone
Le emissioni da combustibili fossili continuano a generare nuovi record in rialzo: è dello scorso mese la notizia che le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera hanno superato le 440 ppm (parti per milione), un valore mai raggiunto negli ultimi 3 milioni di anni.
Il carbone è responsabile di circa il 40% delle emissioni globali di anidride carbonica (CO2) da combustibili fossili. A parità di energia prodotta, emette circa un terzo di CO2 in più rispetto al petrolio e il 70% in più del gas naturale. Il protagonista della rivoluzione industriale è il più inquinante tra i principali combustibili fossili, eppure provvede ancora ad un quarto del fabbisogno energetico mondiale e genera circa il 40% dell’elettricità globale.
La consapevolezza dell’impatto del carbone come combustibile sul clima e sull’ambiente non è stata finora sufficiente a scoraggiarne l’uso. E le prospettive per i prossimi anni non sono rosee.
Anche se il tasso di crescita dell’uso del carbone ha rallentato negli ultimi dieci anni, secondo l’International Energy Agency (2012) il carbone raggiungerà il petrolio, principale risorsa energetica globale, entro il 2017: entro la fine del decennio, i consumi globali del combustibile saranno di 4,32 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (TEP), contro i 4,40 miliardi di TEP del petrolio stesso.
La crescente domanda di energia interessa tutto il mondo, ma specialmente i mercati emergenti: Cina (diventata il primo importatore mondiale di carbone) e India (che diventerà entro il 2017 il principale importatore di carbone via mare e il secondo consumatore di carbone nel mondo) guideranno la crescita dei consumi di carbone nei prossimi cinque anni. La Cina ha pianificato per il 2013 di ridurre di 15 milioni di tonnellate l’uso del carbone nelle aree urbane rispetto a quanto previsto, rimpiazzandolo con gas naturale e costruendo linee di trasmissione che consentano l’acquisto di energie da fonti rinnovabili provenienti da altre aree del Paese. Ma gli sforzi messi in atto per ridurre l’intensità di carbonio non sono ancora sufficienti a tutelare il clima.
Il carbone è tutt’altro che superato: secondo un’analisi del World Resource Institute (fig. 2), ci sarebbero progetti per ben 1.200 nuove centrali elettriche a carbone nel mondo, il 76% della potenza energetica delle quali sarà localizzata in Cina e in India.
L’Europa, nonostante i rigorosi obiettivi nei tagli delle emissioni orientati a combattere i cambiamenti climatici, non è estranea a questa tendenza: i consumi di carbonio del vecchio continente sono in aumento. L’unica eccezione a questo trend è rappresentata dagli Stati Uniti, dove si prevede un calo della domanda di carbone legato al calo dei prezzi del gas: gli USA stanno negli ultimi tempi facendo leva sulla disponibilità e lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas, una tipologia di gas non convenzionale derivante da rocce scistose, per lo più argille, per sostituire il carbone proprio col gas.
Ed e’ proprio la riduzione della domanda di carbone negli Stati Uniti una delle principali cause dell’aumento dei consumi di carbone previsto in Europa: la maggiore disponibilità del combustibile, prima destinato al mercato americano, comporterà un calo dei prezzi del carbone, che diverrà quindi ancor piu’ competitivo, rispetto al gas naturale, per la produzione di energia in Europa.

Fonte: IEA, “Medium-Term Coal Market Report 2012”
Secondo l’International Energy Agency, le emissioni derivanti dalla produzione di energia aumenteranno più del 20% entro il 2035. Senza adeguati interventi che disincentivino l’uso del carbone come combustibile, le concentrazioni di gas serra in atmosfera aumenteranno ancora e la temperatura media globale potrebbe aumentare di ben piu’ dei 2 gradi che i paesi piu’ sviluppati si sono dati come obiettivo non superabile entro il 2100. Non esiste un’unica soluzione, un’unica tecnologia che possa rispondere ad un problema globale e complesso che sottende infinite interdipendenze. La soluzione va quindi ricercata in una sinergia tra le politiche internazionali che coinvolga ogni Paese e ogni economia verso l’obiettivo comune di mitigare i cambiamenti del clima. E passa inevitabilmente per un chiaro segnale di prezzo che deve essere dato ai mercati. Le emissioni di carbonio hanno un prezzo per la collettivita’ di cui si deve tener conto. Oggi il presso di una unita’ di carbonio in atmosfera e’ troppo basso, circa 4 euro a tonnellata, e non disincentiva le emissioni e tanto meno l’uso del carbone. Come gia’ detto in un precedente post, serve quindi operare sul mercato dei permessi di emissioni per innalzare il prezzo. Un prezzo anche poco superiore ai 20 euro a tonnellata, se adottato dai principali paesi, renderebbe il gas piu’ conveniente a scapito del carbone, contribuendo cosi’ a ridurre enormemente le emissioni ad effetto serra.
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