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Albert Steiner. Atmosfera temporalesca sui laghi di Silvaplana e Sils, cm 25,5 x 30,5. Courtesy Museo d’arte dei Grigioni © Bruno Bischofberger, Zurich
C’era una volta il sublime. La Natura così forte, grande, immensa. L’uomo così piccolo, limitato e dominato da una tale potenza. Filosofi, poeti e artisti lo hanno rappresentato con la scrittura e con l’arte. Ciascun uomo, dentro di sé, l’ha sperimentato davanti ad un panorama mozzafiato o ad una riflessione sull’universo e sulla sua infinitezza.
Ma nell’ultimo secolo, qualcosa di questo equilibrio è cambiato. A partire dalla rivoluzione industriale, l’impatto dell’uomo sulla Natura si è fatto sempre più intenso e, negli ultimi decenni, la consapevolezza delle sue responsabilità sempre più viva. Il suo modo di vivere il rapporto con l’origine di quel senso del sublime è necessariamente cambiato: ora è arrivato il momento di agire, prima che la situazione si aggravi oltremodo.
Come può ciascuno agire come singolo? E come possiamo agire insieme per salvaguardare la presenza umana nel pianeta? Qual è la relazione tra scienza e politica? Perché le politiche climatiche internazionali progrediscono così lentamente e in modo spesso poco concreto?
Ne parlerà a San Giorgio, presso la sede veneziana dell’ICCG, Bruno Latour, professore presso alla Scuola di Sciences Politiques di Parigi, considerato oggi il più importante filosofo e antropologo della scienza e della tecnologia. Il seminario, intitolato “Cosa significa includere il destino della Terra nella politica di ogni giorno?“ si terrà, in lingua inglese, il 14 settembre 2012 alle ore 16:00.
Secondo Latour, la sproporzione tra noi e la Natura, principio alla base del sentimento del sublime, è anche all’origine del nostro malinconico sentimento di impotenza di fronte alla grandezza dell’attuale crisi ecologica e climatica.
A questo si aggiunge la nostra incapacità di percepire l’effettiva potenza distruttiva (oltre che creativa) delle azioni umane come somma delle azioni dei singoli, da cui deriva la difficoltà di attribuire le adeguate responsabilità in ambito climatico e ambientale.
Chi è l’attore di queste azioni collettive? La scienza parla chiaro, la responsabilità del riscaldamento globale è umana. E’ difficile però percepire un “noi” responsabile, difficile definirlo e pensarlo. Non può essere identificato con la “razza umana” in generale, dato che la responsabilità di quanto causato finora esclude i Paesi più poveri. Non si può identificare con una bandiera, con un confine o un nome. La lentezza di un’azione congiunta a livello globale per il clima deriva in gran parte da questa difficoltà: come si può agire se non esiste un “noi” agente?
Tutto ciò, cui si aggiunge il dubbio istigato dai negazionisti climatici, ha fatto evolvere, secondo Latour, quell’originario sentimento del sublime in un sentimento misto di amarezza.
Afferma Latour: “Com’è possibile sentire il sublime nel guardare la potenza delle cascate quando: 1) sai che potrebbero sparire; 2) che potresti essere responsabile del loro esaurimento; 3) ti senti doppiamente colpevole per il fatto che non ti senti responsabile e 4) senti un quarto livello di responsabilità per non aver scavato sufficientemente a fondo di quella che viene chiamata “controversia climatica”: non hai letto abbastanza, non hai pensato abbastanza, non hai ascoltato abbastanza.”
Un sano scetticismo c’è in ognuno di noi, ed è alla base della ricerca scientifica: se tutto fosse già spiegato, cosa dovremmo ricercare? Ma su questa naturale incertezza, motore di nuova conoscenza, si appiglia chi nega la responsabilità umana dei cambiamenti climatici, spesso senza a sua volta condurre ricerche, ma anzi concentrandosi solo a trovare il tallone d’Achille in chi svolge un serio lavoro di avvicinamento alla verita’.
Il rapporto tra scienza e politica è cruciale e delicato. La ricerca è chiamata ad essere indipendente dalla politica. Ma nello stesso momento in cui la scienza crea o riorganizza la conoscenza, essa contribuisce all’interpretazione della realtà e delle relazioni. Agendo sulla società, la scienza ha naturalmente un’influenza sullo “spazio pubblico”, quello stesso spazio pubblico che è all’origine della definizione originaria di politica. D’altro canto, la politica non può ignorare ciò che la scienza svela, ed è pertanto nelle politiche climatiche, coordinate a livello globale, la chiave di volta per un’azione che ci permetta di conseguire un efficace controllo dei cambiamenti climatici in corso.
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