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Foto: Mkaldani-2012
“Avete 72 ore per decidere il destino dei vostri figli, dei miei figli, dei figli dei miei figli”. La diciassettenne Neozelandese Brittany Trilford ha inaugurato con queste parole il Summit Rio+20, rivolgendosi ai capi di stato e di governo come aveva fatto vent’anni fa l’allora dodicenne canadese Severn Cullis-Suzuki, nel discorso che aveva zittito il mondo per sei minuti. Parole che ci ricordano quanto sia alta la posta in gioco, che tradiscono forti paure di un futuro incerto e che implorano oggi come ieri un’azione concreta e globale.
A qualche giorno dalla fine della più grande Conferenza delle Nazioni Unite di sempre, gli animi sono divisi tra soddisfazione e delusione. E’ stato adottato il 22 Giugno 2012 il “The future we want”, un testo di 283 articoli discusso nei tre giorni della Conferenza dai rappresentanti di 191 Stati membri delle Nazioni Unite, dopo le lunghe negoziazioni dei Comitati Preparatori.
Come si prevedeva con un certo timore, il documento è soprattutto una dichiarazione di principi, una riaffermazione delle priorità già stabilite, delle urgenze già affermate e ha deluso molti, in primo luogo gli attivisti, gli ambientalisti e la società civile che hanno partecipato con grande fermento alla Conferenza e ai suoi eventi collaterali. La difficoltà di negoziare un testo comune ai 191 Stati partecipanti si è fatta sentire, in particolare nelle differenze di posizione tra i Paesi sviluppati e i Paesi in via di sviluppo, e ha inevitabilmente portato ad un documento modesto che non specifica i meccanismi e i tempi di attuazione di tutti gli obiettivi proposti, come invece si auspicava, e che riafferma il principio delle responsabilità comuni ma differenziate (art.15).
Il documento fa apparire la green economy (artt. 56-74) per la prima volta in un testo ufficiale delle Nazioni Unite, sottolineando l’importanza del suo ruolo nel perseguimento dello sviluppo sostenibile e dell’eradicazione della povertà. Ciononostante, la resistenza manifestata in fase negoziale da parte di alcuni dei Pesi G-77/Cina (riassunta nell’asserzione della Bolivia, secondo cui nessun modello di sviluppo – di qualsivoglia colore – dovrebbe essere imposto) ha portato ad adottare un testo meno ambizioso di quanto desiderato dall’Unione Europea e altre parti.
Ma sono anche stati fatti importanti passi nella giusta direzione.
Una delle decisioni politiche più importanti affermate dal testo è stata la definizione di un processo per definire gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals), che aiuteranno a definire l’agenda di sviluppo per il periodo post-2015, anno di riferimento per gli attuali Obiettivi di Sviluppo del Millennio stabiliti nel 2000 (Art. 254-251).
“The future we want” riconosce la necessità di misurare il progresso e il benessere oltre la dimensione economica calcolata dal PIL (art. 38) al fine di guidare in modo più completo le decisioni politiche. Riconosce inoltre con forza l’importanza della responsabilità sociale d’impresa e della rendicontazione di sostenibilità delle aziende (Art. 47).
La Conferenza ha agito sulla governance internazionale dello sviluppo sostenibile (Art. 77-103) istituendo un forum intergovernativo di alto livello che sostituirà la Commissione delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile senza sovrapporsi nei ruoli e nelle funzioni alle istituzioni già esistenti. Si è rafforzato l’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che avrà ora una partecipazione universale nel Consiglio Direttivo. L’Unione Europea e numerosi Stati Africani avrebbero invece preferito vederlo promuovere da Programma a Organizzazione/Agenzia delle Nazioni Unite perché lavorasse su un piano di parità con le altre Organizzazioni UN.
Ma Rio+20 non è stato solamente il documento “The future we want”: c’è stato molto oltre ai risultati delle negoziazioni. Lo stesso testo (art. 13) afferma che uno sviluppo sostenibile può essere raggiunto solo con una vasta alleanza di persone, società civile e settore privato, oltre ai governi. E Rio, nelle scorse settimane, è stato proprio questo, grazie alla partecipazione di migliaia di cittadini, associazioni, istituzioni e imprese che hanno animato la città con eventi ufficiali e non. Gli obiettivi più concreti sono scaturiti dai 692 impegni volontari che questi protagonisti della Conferenza hanno adottato in riferimento a educazione, energia, trasporti, green economy, disastri naturali, desertificazione, acqua, foreste e agricoltura, mobilizzando 513 miliardi di dollari. Come si può vedere dalla lista degli impegni volontari presi a Rio+20 (http://www.uncsd2012.org/allcommitments.html), solo il 7% di questi coinvolgono i governi. L’approccio bottom-up che si compie attraverso tali azioni può rendere difficile la verifica della loro effettiva realizzazione e il loro contributo nell’affrontare le crisi ambientali e sociali evidenziate dalle ricerche scientifiche, ma è segnale che lo sviluppo sostenibile è un problema sentito diffusamente e un’opportunità di cui il settore privato è sempre più conscio.
Ora che l’attesa conferenza Rio+20 è conclusa, preso atto dei risultati raggiunti e dei vuoti da colmare, la duplice sfida è quella di rendere concreti i principi e gli obiettivi dichiarati nel documento e di non lasciar spegnere l’attenzione globale che l’evento ha risvegliato verso la green economy: un’economia che genera crescita, crea posti di lavoro ed elimina la povertà investendo nel capitale naturale, dal quale dipende la sopravvivenza a lungo termine del nostro pianeta.
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