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Ho appena partecipato alla sesta edizione dello Shanghai Economic Forum 2012, una specie di Davos asiatica, tenutosi dal 26 al 28 maggio presso la Fudan University. E’ un appuntamento importante, che riunisce esperti internazionali di economia, ma soprattutto business leaders e i vertici della politica nei Paese asiatici, soprattutto Cina, Korea e Giappone, per riflettere sulla prospettiva dei mercati asiatici e sul futuro economico globale.
In questa edizione, il cui titolo è stato “Strategie per il 2011-2020”, i cambiamenti climatici e le questioni energetiche hanno avuto un ruolo importante, non solo nella sessione di apertura a cui ho partecipato come keynote speaker, ma durante tutti i lavori del Forum.
In Asia, l’attenzione al tema cambiamenti climatici è crescente e il dibattito sulle fonti energetiche alternative è al centro di misure per una crescita verde di quei sistemi economici. Tuttavia, lo scenario mondiale non si presenta oggi favorevole a misure efficaci di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. I risultati ottenuti con le negoziazioni internazionali dedicate ad affrontare il problema del riscaldamento globale non sono infatti soddisfacenti.
I Paesi che partecipano ai negoziati dell’UNFCCC hanno ribadito in diverse occasioni l’impegno di stabilizzare le emissioni ad un limite che consenta di mantenere l’aumento della temperatura media globale entro la fine del secolo al di sotto di 2°C. Ma non hanno ancora raggiunto un accordo sulle politiche da intraprendere per rispettare tale limite, che ad un’analisi realistica risulta eccessivamente ambizioso: le concentrazioni di emissioni sono già di 440 ppm co2-eq, ben al di sopra della concentrazione (380-390 ppm) che renderebbe improbabile l’aumento della temperatura al di sopra di 2°C (si veda il rapporto IPCC del 2007 scaricabile da http://www.ipcc.ch/ in attesa che arrivi, nel 2013, il prossimo rapporto).
Ma c’è un “a meno che”. Oggi le politiche si concentrano sul flow (flusso), ossia sul controllo e limitazione delle nuove emissioni che vengono immesse in atmosfera, senza agire sullo stock, la quantità di emissioni già presenti e che potrebbero essere rimosse. L’obiettivo dei due gradi può difficilmente essere raggiunto a meno che non si riescano a sviluppare e implementare nuove tecnologie che permettano di agire sullo stock di emissioni: l’assorbimento dei gas serra già presenti in atmosfera consentirebbe di riportare le concentrazioni a 450 ppm anche dopo aver superato il limite. Questo purtroppo non è ancora possibile, per lo meno non su larga scala. Ma ci sono recenti e promettenti sviluppi della tecnologia che potrebbe essere di grande aiuto.
Il fatto che non sia più realistico rispettare il limite dei due gradi non significa che non debbano essere fatti tutti gli sforzi possibili per contenere le future concentrazioni di emissioni. Senza sforzi immediati e cooperativi a livello internazionale il rischio che l’aumento delle temperatura media e del livello del mare sia troppo elevato e’ davvero rilevante. Sono quindi tre le possibili strategie di policy adottabili per controllare le emissioni:
1) La Mitigazione, ovvero la riduzione del flusso di emissioni attraverso un accordo internazionale tra tutti i Paesi o almeno tra i principali emettitori, accordo che finora non è stato raggiunto: la Durban Platform è un passo nella giusta direzione, ma per ora è solo una “promessa”.
La Figura 1 illustra le traiettorie delle emissioni dei principali Paesi NON OCSE previste per i prossimi decenni (aree gialla, arancione, rossa) e le traiettorie (linee verdi) delle emissioni globali coerenti con gli obiettivi di stabilizzazione più ambiziosi (aumento della temperatura entro i 2-2,5 °C). La porzione bianca rappresenta le emissioni possibili per i Paesi OCSE, che per rispettare l’obiettivo dovrebbero azzerarsi tra il 2030 e il 2040, punto in cui le linee verdi incrociano i colori caldi. Risulta evidente che l’obiettivo dei due gradi è poco realistico. Allo stesso tempo, sono necessarie consistenti azioni di mitigazione per prevenire il raggiungimento di concentrazioni di emissioni che condurrebbero ad un aumento della temperatura ben al di sopra di tale limite: senza interventi di policy, le emissioni seguirebbero infatti il percorso della linea nera.
Figura 1 –Traiettorie delle emissioni fino al 2050. Se Cina e India non riducono le loro emissioni, c’è una bassa probabilità di raggiungere anche la concentrazione di 550 ppm CO2-eq
Per ridurre le emissioni agendo sul loro flusso, è necessario cambiare drasticamente e rapidamente il mix energetico, e per farlo servono ingenti risorse. La Figura 2 illustra gli investimenti nel settore energetico necessari per rispondere alla domanda sempre crescente di energia e nello stesso tempo mantenere le concentrazioni di emissioni al di sotto di 550 ppm (obiettivo meno ambizioso di quello che permetterebbe di rispettare i 2°C). Sono necessari investimenti nelle energie rinnovabili, nel nucleare e nelle tecnologie di produzione di energia con cattura e sequestro di CO2, ma soluzioni cruciali come le ultime due non sono disponibili o pienamente implementabili per motivi di sicurezza, sociali, psicologici o politici.
Altre opzioni per la mitigazione a basso costo sono invece già disponibili: dare un prezzo al carbonio costruendo un mercato delle emissioni che non sia solo europeo, incentivare l’efficienza energetica, investire nelle energie rinnovabili.
Figura 2- Investimento totale nel settore energetico per tecnologia di produzione (2005-2050)
2) La Mitigazione potenziata, ovvero la riduzione non solo del flusso ma anche dello stock di emissioni attraverso tecnologie in grado di rimuovere dall’atmosfera grandi quantità di CO2. Le opzioni ad oggi disponibili sono: uso del suolo e afforestazione, bioenergia con cattura e sequestro del carbonio e biomasse e biochar. Tali tecnologie sono solo al loro inizio, lontane dal fornire un assorbimento delle emissioni nella scala necessaria, e hanno delle implicazioni non trascurabili. Per mantenere la concentrazione delle emissioni a 450 ppm, si dovrebbe triplicare la quantità di bioenergia tra il 2020 e il 2100. Ma servirebbero 1.000 milioni di ettari in aggiunta ai circa 1.500 milioni dedicati attualmente a colture per la produzione di bioenergia. Oltre ad essere improbabile l’ottenimento di una tale disponibilità di terra, non si possono ignorare le conseguenze che questo provocherebbe sui prezzi, in particolare del cibo, causando difficoltà sociali e politiche.
3) L’ Adattamento, ovvero le misure di protezione dei sistemi socio-economici dagli impatti dei cambiamenti climatici che sono, in una certa misura, oramai inevitabili. Gli impatti coinvolgeranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo, quelli più vulnerabili. Per supportarli, stanno nascendo e sono nate a livello internazionale delle azioni di trasferimento di risorse per l’adattamento, come il Fondo Verde per il Clima. Poiché i benefici delle azioni di adattamento sono prevalentemente locali, questa è la principale strategia per affrontare il cambiamenti climatici in un contesto non cooperativo ed è una politica che può rimanere primariamente domestica.
La soluzione al problema dei cambiamenti climatici non sta in una sola delle tre strategie sopra descritte: è il mix di mitigazione e adattamento che può permettere di affrontare il problema. I costi dei cambiamenti climatici saranno più bassi in presenza di azioni di adattamento, ma allo stesso tempo la mitigazione deve agire con urgenza in un’ottica di lungo termine, intensificandosi progressivamente. Non è possibile proporre oggi una politica aggressiva, è necessaria una politica progressiva e cooperativa a livello globale che si concentri sulle nuove tecnologie per raggiungere un obiettivo che si avvicini quanto più possibile a quello dei due gradi.
Il video dell’intervento è disponibile al link: http://www.shanghaiforum.fudan.edu.cn/view.aspx?id=850 (minuti 121-145).



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