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Siamo giunti al termine di un’estate calda e torrida, caratterizzata da numerose e intense ondate di calore che l’hanno resa paragonabile a quella del 2003.
E’ stata una stagione calda in tutto il mondo, la terza più calda dall’inizio delle rilevazioni nel 1880: la temperatura media globale dei mesi di giugno, luglio e agosto 2012 è stata di 0,64°C superiore alla media degli stessi mesi nel ventesimo secolo[1]. I ghiacci artici hanno continuato a ritirarsi in modo significativo, raggiungendo un nuovo record negativo nella loro estensione. Come evidenziato dalla linea azzurra della Figura1, la riduzione dell’area artica coperta da ghiacci marini ha superato i livelli del 2007, raggiungendo una diminuzione del 45% rispetto alle estati tra gli anni ’80 e ’90.

Figura 1: Misure giornaliere dell’estensione dei ghiacci marini dal 1979.
Fonte: National Snow and Ice Data Center – http://nsidc.org/arcticseaicenews/
Sappiamo che un’estate di eccezionale calore, così come un’estate particolarmente fresca, rientra nel concetto di variabilità climatica: le naturali oscillazioni delle temperature nel breve termine non sono direttamente collegabili al fenomeno dei cambiamenti climatici, ma sono piuttosto da considerare fenomeni meteorologici. Dobbiamo però prendere atto che l’estate appena trascorsa si inserisce in un trend di aumento della temperatura media globale, come illustrato nel recente post “Il clima è un dado truccato”: l’aumento della frequenza nel lungo termine (su scala almeno decennale) delle ondate di calore e della loro intensità è una delle conseguenze dei cambiamenti climatici, che siamo tenuti a cercare di mitigare con la nostra consapevolezza e la nostra azione, adottando allo stesso tempo strategie di adattamento.
Per quanto riguarda l’Italia, è interessante l’analisi pubblicata l’11 settembre su Climalteranti.it. L’articolo evidenzia il collegamento tra le ripetute ondate di calore di quest’estate e la scarsità di precipitazioni, elementi che si legano in una sorta di relazione a catena. Oltre ad un aumento delle temperature massime estive, infatti, negli ultimi anni si è verificato anche un declino dell’umidità del suolo, soprattutto nella Pianura Padana. Le misurazioni dell’ARPA Emilia Romagna hanno rilevato, negli ultimi 12 anni, un progressivo declino dell’umidità nei primi due metri di terreno a fronte di scarse precipitazioni, fino a raggiungere i livelli minimi quest’estate, livelli ancora inferiori a quelli del 2007 (anno notoriamente molto siccitoso).
Le recenti rilevazioni sulla siccità del suolo supportano l’ipotesi secondo cui essa contribuisce localmente all’aumento delle temperature massime estive.
Nel confronto con lo stesso periodo del 2003, quest’estate si è rilevato un numero maggiore di ondate di calore superiori ai 35°C. Se nel 2003 tali anomalie erano guidate principalmente dall’afflusso di masse d’aria calda in quota, che aveva interessato gran parte dell’Europa, nel 2012 l’anomalia in quota è stata più debole. La temperatura, secondo lo studio, è stata quindi influenzata anche dalla risposta del suolo a livello locale, già secco all’inizio dell’estate, che ha contribuito ad un innalzamento delle temperature.
Il progressivo aumento della siccità del suolo è all’origine anche della crescente escursione termica giornaliera (la differenza tra la temperatura minima e massima della giornata)[2]: a fronte di temperature massime comparabili, l’escursione termica rilevata nella campagna bolognese nel 2012 è aumentata notevolmente rispetto a quella del 2003.
In una reazione a catena, quindi, le scarse precipitazioni aumentano l’aridità del suolo, che contribuisce al ripetersi di ondate di calore intense. Tali condizioni, a loro volta, rendono meno favorevole la genesi di piogge locali estive e il suolo si inaridisce sempre più profondamente, raggiungendo un livello di siccità che necessita di una maggiore quantità di tempo per riequilibrarsi: l’arrivo delle perturbazioni autunnali, che portano con crescente frequenza precipitazioni intense e concentrate, non concede al terreno il tempo necessario ad assorbire gradualmente la pioggia e ristabilire l’umidità a livelli profondi.
Quelli che stiamo vivendo sono fenomeni in linea con i recenti scenari di cambiamenti climatici per l’area mediterranea, che prevedono per la nostra zona una riduzione in media delle piogge e un aumento degli eventi estremi (ondate di calore, piogge torrenziali, inondazioni). Come evidenziato, tra gli altri, dal Progetto europeo di ricerca CIRCE – Climate Change and Impact Research: the Mediterranean Environment, coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e condotto con lo scopo di identificare gli impatti e le possibili azioni di adattamento ai cambiamenti climatici nell’area mediterranea, questo andamento avrà delle importanti conseguenze sulla vegetazione spontanea, sull’agricoltura e sugli ecosistemi, oltre che sulla salute umana e sull’economia.
Previsioni e proiezioni, finché rimangono tali, possono anche lasciare indifferenti. Ma quando, come in estati calde come quella appena trascorsa, ci trova in un contesto che conferma gli scenari emersi in precedenza dagli studi scientifici, non si può più ignorare il problema.
Come ha affermato la commissaria europea per l’ambiente Connie Hedegaard in un articolo sul Guardian il 20 settembre, “cambiamenti climatici ed eventi meteorologici estremi non riguardano un futuro lontano. Episodi estremi, che prima accadevano una volta ogni tanto, sembra stiano diventando la nuova normalità. Gli eventi estremi non sono più così estremi. Ondate di calore, inondazioni, siccità e incendi sono la nuova realtà di un mondo in riscaldamento”.
Maggiori informazioni:



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