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La popolazione mondiale, che oggi conta circa 7,2 miliardi di persone, secondo le piu’ recenti stime delle Nazioni Unite raggiungerà nel 2050 i 9,6 miliardi. Se nei Paesi sviluppati la popolazione rimarrà in media invariata (circa 1,3 miliardi di persone), è nei Paesi in via di sviluppo che la crescita sarà molto significativa. In particolare, la popolazione dei 49 Paesi meno sviluppati raddoppierà da qui alla metà del secolo (da 900 milioni a 1,8 miliardi) e l’Africa sarà sede di più della metà della popolazione aggiuntiva, fino ad arrivare a contare più di un quarto della popolazione mondiale entro il 2100.
Una popolazione più numerosa non può che impattare in modo più massiccio sull’ambiente attraverso, da un lato, un maggiore sfruttamento di risorse e, dall’altro, il rilascio di quantità di prodotti di scarto delle attività umane (dai rifiuti alle emissioni di gas ad effetto serra legate al consumo di energia). I cambiamenti climatici sono quindi fortemente influenzati dalla crescita della popolazione che, insieme al benessere economico, è uno dei fattori chiave (driver) dell’incremento delle emissioni di gas serra in atmosfera.
Nonostante le emissioni pro capite dei Paesi sviluppati siano oggi ben più alte di quelle dei Paesi in via di sviluppo, trovandosi questi ultimi in una traiettoria di crescita di entrambi i driver (popolazione e PIL) la quota principale di crescita delle emissioni è attribuibile soprattutto a questi ultimi. Questo introduce un dilemma rilevante e ben noto: controllare le emissioni limitando la crescita nei paesi in via di sviluppo o permettere loro di crescere, accettando un forte incremento delle loro emissioni? Esiste una soluzione a questo dilemma?
Prendiamo il caso dell’Africa, che contribuisce soltanto per circa il 3,6% delle emissioni mondiali di CO2[1]. Si tratta di un piccolo emettitore a livello globale, ma la forte crescita della popolazione e del PIL pro capite sono fattori che determineranno la crescita della domanda di energia e le correlate emissioni. Tenendo conto di questi fattori, dalla ricerca “The Effect of African Growth on Future Global Energy, Emissions, and Regional Development” emerge che le emissioni africane di CO2 potranno arrivare a costituire il 5-10% delle emissioni globali alla fine del secolo. Il percorso di sviluppo che affronterà il continente nei prossimi decenni, che determinerà il mix energetico e le modalità di accesso all’energia per fasce sempre più ampie della popolazione (nell’ auspicata tendenza ad abbattere la barriera della povertà energetica), impatterà sulle emissioni globali, viste le dimensioni che la popolazione e l’economia africana andranno a raggiungere.
La soluzione al dilemma passa per un nuovo modello di sviluppo a livello globale, centrato su nuove tecnologie a basse emissioni di carbonio, con particolare attenzione alla collaborazione con i Paesi in via di sviluppo, regioni in cui la crescita si sta impostando nel presente e nel prossimo futuro. Collaborazione che avrebbe un duplice effetto benefico: favorire la crescita nelle regioni povere del mondo senza accrescere le concentrazioni di gas ad effetto serra in atmosfera. Senza dimenticare il ruolo del controllo demografico, cruciale nei paesi in via di sviluppo, ad esempio attraverso l’educazione e informazione, la facilitazione all’accesso a metodi contraccettivi, l’eliminazione di sussidi alle nascite.
La crescita della popolazione non è collegata al tema dei cambiamenti climatici solo dal punto di vista della mitigazione, ovvero della necessaria limitazione di emissioni di gas serra, ma anche sul fronte degli impatti che i cambiamenti climatici hanno sull’ambiente e sulle società e delle relative misure di adattamento. Da questa prospettiva, oltre alla crescita del numero di persone sul pianeta, anche l’evoluzione della loro composizione, densità e distribuzione sono elementi cruciali (anche attraverso le migrazioni). Tra il 1970 e il 2010 la popolazione mondiale che vive in pianure soggette ad alluvioni è cresciuta del 114% e sulle coste esposte ai cicloni del 192%[2]: una maggior presenza di vite umane in determinate regioni si traduce in una maggior esposizione e vulnerabilità agli impatti degli eventi estremi che le possono colpire con più intensità e frequenza a causa dei cambiamenti del clima.
Maggiori informazioni:
[1] Dati del 2010, estratti dal Climate Analysis Indicators Tool (CAIT 2.0) del World Resource Institute
[2]An exploration of the link between development, economic growth and natural risk, S. Hallegatte, FEEM Nota di Lavoro, 29.2013: http://www.feem.it/userfiles/attach/20134101452294NDL2013-029.pdf



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