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Foto: Grant Erb, 2005
Una lezione importante emerge dalla storia recente dei negoziati sul clima: la cooperazione internazionale funziona quando l’accordo non è oneroso per i firmatari. Il protocollo di Kyoto è un buon esempio: si tratta di un accordo quasi globale, ma contiene impegni molto modesti per le parti firmatarie. I recenti negoziati sul clima, concentrati sul raggiungimento di un accordo post-Kyoto e focalizzati su obiettivi più ambiziosi, non hanno invece avuto molto successo. Le aspirazioni a lungo termine sono condivise (proprio perché di aspirazioni si tratta), ma gli obiettivi quantitativi di breve termine tendono ad interrompere la discussione o ad innescare richieste di impegni reciprocamente condizionali.
Nulla di sorprendente per un economista. La teoria delle coalizioni fornisce una previsione chiara: quando si parla di un’esternalità globale come il cambiamento climatico, le coalizioni che si vengono a creare sono generalmente piccole e/o inefficaci (si veda, ad esempio, Barrett 1994). Costi di mitigazione alti e incerti da un lato, e danni di grandi dimensioni, incerti e non omogeneamente distribuiti dall’altro, intensificano il problema.
Eppure, 20 anni di lento progresso dopo la Conferenza di Rio del 1992 (con l’eccezione degna di nota di alcuni regioni chiave, come l’Europa) non hanno infranto tutte le speranze di un futuro più promettente per i negoziati sul clima: la Piattaforma di Durban, firmata lo scorso Dicembre, ha stabilito uno stretto calendario per progettare nei prossimi 3 anni un nuovo accordo internazionale, che entrerebbe in vigore a partire dal 2020. Sarà davvero questo l’esito delle prossime negoziazioni, a partire dal prossimo round che avrà luogo a Abu Dhabi nel dicembre di quest’anno?
Cooperazione internazionale sul clima: il meglio è il nemico del bene
Per controllare i gas ad effetto serra e i relativi impatti dei cambiamenti climatici è necessario che un gruppo di Paesi, sufficientemente largo da avere un effettivo impatto sulle emissioni globali, decida di cooperare per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Ma a quali condizioni i Paesi accettano di collaborare?
I Paesi di una coalizione beneficiano della riduzione delle emissioni, ma sarebbero in una situazione ancora migliore se interrompessero il proprio sforzo di mitigazione, uscendo dalla coalizione e beneficiando della diminuzione del riscaldamento globale dovuta agli sforzi altrui. In altre parole, la coalizione climatica non è stabile. Questa conclusione vale per tutte le coalizioni possibili? E per tutti gli obiettivi di mitigazione? E per tutti i tassi di sconto e i danni attesi? L’obiettivo del lavoro di Bosetti, V., C. Carraro, E. De Cian, E. Massetti, M. Tavoni (2011) è quello di analizzare la stabilità delle coalizioni di varie dimensioni e composizione in diversi scenari.
Le conclusioni non sono incoraggianti. Se ci concentriamo su coalizioni che siano significative dal punto di vista politico – vale a dire che comprendano almeno tutte le regioni ad alto reddito – qualunque sia l’entità dei danni e del tasso di sconto, e anche per obiettivi climatici non ambiziosi (come la concentrazione dei gas serra a 550 ppm CO2-eq), gli incentivi economici non portano alla formazione di una coalizione climatica stabile. Ci possono essere altre istanze di natura non economica, sociale, politica, o di equità che motivano la formazione di una coalizione sul clima. Ma da un punto di vista economico non vi è alcuna ragione di aspettarsi che si formi una coalizione efficace nei prossimi anni – non solo la grande coalizione, ma anche coalizioni più piccole.
Alcuni messaggi positivi possono tuttavia essere dedotti dalla nostra analisi: alcune coalizioni diventano stabili se, attraverso opportuni trasferimenti di risorse, si possono condividere i benefici della cooperazione (Tabella 1). Non si tratta ovviamente di un risultato nuovo negli studi teorici. E ‘comunque confortante scoprire che questo vale in un modello di grandi dimensioni che simula una serie di interazioni complesse (energia-economia-clima) tra varie regioni del mondo.
Ovviamente, la dimensione della coalizione che può essere stabilizzata mediante trasferimenti dipende dalle ipotesi fatte sui danni attesi e sul tasso di sconto. Nello scenario che enfatizza i danni (danni elevati e tasso di sconto basso), una coalizione tra tutte le regioni, tranne l’America Latina e l’Africa Sub-Sahariana – le due regioni che abbiamo identificato avere i maggiori incentivi a non far parte della coalizione – sarebbe stabile se trasferimenti verso queste regioni fossero adeguatamente realizzati.
| Regioni non partecipanti | Stabilità | Stabilità con trasferimenti |
| Nessuna (Grande coalizione) | – | – |
| Africa | – | – |
| Africa, America Latina | – | – |
| Africa, Europa dell’Est Non-UE | – | √ |
| Africa, Medio Oriente e Nord Africa | – | √ |
| Africa, Sud-Est Asia | – | √ |
| Africa, Sud-Est Asia, Europa dell’Est Non-UE | – | √ |
Tabella 1. Stabilità della coalizione con e senza trasferimenti. Basso tasso di interesse se non specificato
Sia considerando coalizioni parziali e ipotesi aggressive sui danni futuri, che considerando la grande coalizione e ipotesi meno aggressive, un accordo stabile risulterebbe in concentrazioni di gas ad effetto serra di circa 600 ppm-eq. La stabilità con trasferimenti comporterebbe dunque un costo extra di circa 50 ppm-eq rispetto al caso Pareto-ottimale, il che ci porterebbe più lontani da obiettivi climatici rigorosi.
Un accordo internazionale sul clima è quindi in linea di principio possibile, anche se richiede trasferimenti tra Paesi che sono spesso politicamente difficili da far accettare. Le riduzioni di emissioni che ne deriverebbero sarebbero meno rigorose di quelle spesso dibattute nelle discussioni sul clima. Un progresso lento e graduale verso il controllo del cambiamento climatico sembra essere l’unica via praticabile, date le informazioni d’oggi sugli impatti dei cambiamenti climatici e sui costi di mitigazione.
Questi risultati hanno importanti implicazioni per i prossimi negoziati sul clima. La cooperazione potrebbe essere raggiunta in linea di principio con il trattato che potrebbe emergere dopo il 2020, ma è improbabile che questo porti a una drastica mitigazione dei gas serra. E’ più probabile che si persegua un obiettivo intermedio, che potrebbe comunque apportare riduzioni significative delle emissioni rispetto a quanto accadrebbe se non si adottasse alcun accorgimento, con benefici collaterali potenzialmente rilevanti in termini di inquinamento locale, di uso più sostenibile dei combustibili fossili, e di innovazione nelle tecnologie verdi.
Siamo profondamente preoccupati dal riscaldamento globale incontrollato. Non dovremmo lasciar crescere le emissioni in modo indeterminato nella speranza che si materializzi un accordo migliore. Il motto di Voltaire “il meglio è nemico del bene” si adatta perfettamente al tema dei cambiamenti climatici e potrebbe fornire una soluzione pragmatica alla situazione attuale di stallo dei negoziati.
Riferimenti bibiografici



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