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In che misura gli eventi metereologici estremi, le catastrofi naturali, che vediamo manifestarsi con sempre maggiore frequenza e intensità, sono frutto della variabilità naturale e in che misura sono attribuibili ai cambiamenti climatici che si stanno verificando per mano dell’uomo?
Un rapporto scientifico pubblicato pochi giorni fa dall’American Meteorological Society e basato sull’analisi di una dozzina di eventi estremi del 2012 risponde[1]: l‘influenza dell’uomo varia da un evento all’altro, ma in circa la metà dei casi studiati i cambiamenti climatici di origine antropogenica ne sono una concausa. Difficile capire quale dei due fattori sia il predominante, ma i dati spiegano che, per esempio, fenomeni di siccità su larga scala come quelli verificatisi in USA nel 2012 hanno una probabilità di verificarsi quattro volte maggiore con il clima attuale che con le temperature preindustriali.
Il 2012 è stato di certo un anno record per diversi eventi legati al clima, dall’innalzamento delle temperature alle ondate di calore, da tempeste e uragani allo scioglimento dei ghiacci Artici. Ma non si tratta di un episodio: il decennio 2001-2010, studiato dalla World Metereological Organisation nel rapporto The Global Climate 2001-2010, A Decade of Climate Extremes, è stato il più caldo dall’inzio delle misurazioni (1850) e non si è fatto mancare estremi climatici con importanti impatti.
La temperatura media della superficie terrestre e oceanica nel decennio 2001-2010 è stata di 0.47°C superiore alla media globale del 1961–1990 e di +0.21°C sopra la media del decennio 1991–2000, che è stato a sua volta più caldo del decennio precedente (1981-1990) di +0.14°C. Ogni anno del primo decennio del millennio, con esclusione del 2008, rientra tra i 10 anni più caldi mai registrati.
Ai record delle temperature si aggiungono quelli di precipitazioni e inondazioni: il decennio è stato il più piovoso dopo il 1901, mentre l’anno 2010 è stato il più piovoso in assoluto ( ma mancano i dati del 2013…) . Le inondazioni, che hanno colpito l’Europa (2001-2005), l’India (2005), l’Africa (2008), l’Asia e l’Australia (2010), hanno rappresentato gli eventi estremi più frequenti; quelli che hanno colpito più persone sono invece legati alla siccità, che ha impattato pesantemente sull’Australia (nel 2002 e non solo), l’Africa dell’Est (2004-2005) e sul Bacino Amazzonico.
Quasi 171.000 persone hanno perso la vita in 511 eventi correlati ai cicloni tropicali e oltre 250 milioni di persone ne sono state colpite. La stima dei danni economici è di 380 miliardi di dollari. Il ciclone tropicale più mortale della decade, il Ciclone Nargis (Birmania, 2008), ha contato 8 milioni di persone colpite ed è costato la vita a più di 138.000.
Considerando tutti gli eventi estremi metereologici e climatici, incluse ondate di calore e di freddo, siccità, tempeste e inondazioni, tra il 2001 e il 2010 le vittime sono aumentate del 20% rispetto al decennio precedente, raggiungendo la cifra di 370.000.
Come evidenzia il Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction 2013 di UNISDR, il rischio derivante dall’esposizione agli eventi estremi non dipende solo dalla gravità dell’evento o dalla quantità di persone esposte, ma anche dalla vulnerabiltà della popolazione e del sistema economico. La mortalità è stata significativamente ridotta nei Paesi ad alto reddito e in quelli con rapida crescita; al contrario, si mantiene alta nelle regioni più povere e popolate, in cui l’aumento dell’esposizione ad estremi climatici non è stato accompagnato da adeguate misure di riduzione della vulnerabilità, aggravata anche dalla crescente urbanizzazione. L’aumento della popolazione contribuisce ovviamente a rendere le statistiche sempre piu’ negative.
Le perdite economiche sono preoccupanti e, secondo le Nazioni Unite, “fuori controllo”, e lo continueranno ad essere finchè una gestione adeguata del rischio da catastrofe naturale non diventerà parte delle strategie di investimento pubbliche e private. Tenendo conto che il primo effetto dei cambiamenti climatici e’ quello di rendere più frequenti eventi una volta considerati rari
Sistemi di allarme rapido, informazione, preparazione e adattamento hanno contribuito in media alla riduzione delle vittime dovute alle tempeste (16%) e alle inondazioni (43%). I dati confermano l’importanza di tali misure, che dovrebbero essere adottate a livello locale in tutto il mondo per aumentare la resilienza ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi che essi contribuiscono a provocare.
Maggiori informazioni:
American Meteorological Society. Explaining Extreme Events of 2012 from a Climate Perspective, Special Supplement to the Bulletin of the American Meteorological Society, Vol. 94, No. 9 (settembre 2013): http://www.ametsoc.org/2012extremeeventsclimate.pdf
[1] American Meteorological Society. Explaining Extreme Events of 2012 from a Climate Perspective, Special Supplement to the Bulletin of the American Meteorological Society, Vol. 94, No. 9, September 2013.



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