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Si sono conclusi da pochi giorni i Climate Talks tenutisi a Bonn (Germania) dal 14 al 25 maggio, una delle tappe istituzionali verso la prossima COP18, la diciottesima Conferenza delle Parti Onu sul clima, in programma per fine novembre a Doha (Qatar). La Bonn Climate Change Conference ha visto rappresentanti di 181 Paesi prendere parte alla sessione negoziale, conferenza dei vari gruppi di lavoro per elaborare a livello internazionale strategie e politiche per affrontare i cambiamenti climatici nell’ambito dell’UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).
La sessione negoziale di Bonn è stata la prima dopo la COP17 (Diciassettesima Conferenza delle Parti) dello scorso anno in Sudafrica. La COP di Durban si era conclusa con diverse decisioni che, dopo le deludenti negoziazioni degli ultimi anni, avevano risollevato gli animi, tra cui l’approvazione di un secondo periodo di impegni nell’ambito del protocollo di Kyoto dopo la sua scadenza al termine del 2012 e l’istituzione di una piattaforma negoziale (Durban Platform for Enhanced Action) che definisse entro il 2015 un nuovo strumento giuridico applicabile a tutte le parti affinchè questo entrasse in vigore entro il 2020.
Perché è necessaria una nuova architettura politica
Nel 2011, le emissioni globali di CO2 da combustibili fossili hanno raggiunto il record di 31.6 gigatonnellate, circa il 3,2% (1 Gt) in più dell’anno precedente. Per limitare l’aumento della temperatura al di sotto di 2°C rispetto al livello preindustriale, limite riaffermato nei recenti negoziati internazionali, le emissioni di anidride carbonica dovrebbero raggiungere il loro picco massimo di 32.6 Gt (1 Gt in più dei livelli del 2011) entro il 2017 per poi diminuire (International Energy Agency, maggio 2012). Lasciando da parte una valutazione sulla fattibilità del contenimento della temperatura al di sotto di 2°C, discussa in un precedente post, è fondamentale considerare le responsabilità di questo nuovo record di aumento di emissioni: tra il 2010 e il 2011 i Paesi OCSE, ovvero quelli sviluppati, hanno diminuito dello 0,6% le proprie emissioni. L’aumento globale di emissioni di CO2 dello scorso anno è quindi dovuto ad un aumento di emissioni da parte dei Paesi non OCSE del 6.1%, sebbene le emissioni pro-capite di questi Paesi, anche dei più grossi emettitori come la Cina, restano una frazione delle medie OCSE. E’ dunque indispensabile ed urgente una nuova architettura politica che permetta di controllare le emissioni globali, e la strada giusta è quella intrapresa a Durban.
Durban, dove eravamo rimasti
Con Durban si è infatti affermata la volontà di collaborare ad una soluzione che, nel lungo termine, corresponsabilizzi tutti gli attori della scena internazionale, unica traiettoria percorribile per affrontare un problema che non ha confini nazionali. La svolta di Durban è stata quella di iniziare un percorso che elimini la distinzione Annex I/Annex II (Paesi industrializzati/Paesi in via di sviluppo), allontanandosi dal principio di “responsabilità comuni ma differenziate”, centrale fin dalla COP1 di Berlino. Scelta necessaria in uno scenario storico, economico e ambientale ben diverso da quello degli albori dei negoziati.
Nuove delusioni a Bonn
Sebbene con queste due settimane di Climate Talks alcuni risultati siano stati raggiunti, Bonn ha portato un nuovo sconforto. Molte energie sono state spese nel cercare di risolvere questioni procedurali, in particolare legate all’ADP (Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action), il gruppo di lavoro incaricato di sviluppare il nuovo strumento che succederà al Protocollo, e questo ha rallentato i lavori.
Ma il principale punto critico è la mancanza di accordo sul principio di corresponsabilità che aveva caratterizzato Durban: come si era “annusato” nei mesi immediatamente seguenti alla COP17, Bonn ha visto emergere un gruppo di circa 40 Paesi – principalmente i Paesi Arabi, i Latinoamericani (tra cui Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador), India e Cina – che hanno iniziato la loro marcia indietro, insistendo sulla necessità di mantenere all’interno della Durban Platform il principio delle responsabilità comuni ma differenziate, oltre a quello della responsabilità storica dei Paesi industrializzati nei confronti dei cambiamenti climatici, “per evitare che un’applicazione universale si trasformi in un’applicazione uniforme”. Dall’altra parte, un altro gruppo di Paesi in via di sviluppo, tra cui i Paesi dell’Aosis e alcuni Paesi dell’America Latina (Cile, Costa Rica, Repubblica Domenicana, Perù, Panama), sostengono azioni di mitigazione anche da parte dei Paesi in via di sviluppo, come inizio di un “nuovo paradigma per rispondere al cambiamento climatico”.
“Abbiamo bisogno di altre grandi economie ed emettitori significativi per giocare a palla. Il mondo non può permettersi che qualcuno voglia fare marcia indietro rispetto a quanto deciso a Durban” ha commentato Connie Hedegaard, Commissario UE per l’Azione per il Clima al termine dei Climate Talks.
La vera difficoltà di Bonn è stata quella di dover iniziare a rendere operativi i meccanismi concordati a Durban. Sono stati discussi, ma le decisioni rimandate a Doha, l’accordo sulla durata del secondo periodo di impegni sotto il Protocollo di Kyoto (fino al 2017 o al 2020) e sugli emendamenti al testo del Protocollo, comprendendo quali debbano essere i precisi impegni vincolanti di riduzione delle emissioni da parte dei Paesi industrializzati. E’ stata inoltre rimandata la prima riunione del Fondo Verde per il Clima, in attesa della finalizzazione delle candidature da parte dei Paesi membri del Consiglio.
Alcuni passi in avanti
Dopo lunghe discussioni, l’ultimo giorno della conferenza l’ADP ha raggiunto la definizione dell’agenda e l’accordo sulla presidenza del nuovo organo, affidata a Jayant Moreshwar Mauskar, India e Harold Dovland, Norvegia, come co-presidenti e Oleg Shamanov, Federazione Russa, come Rapporteur per il periodo 2012-2013.
Sul fronte dell’adattamento, è stata approvata una bozza per Doha sulle modalità di implementazione dei Piani d’Azione Nazionali per i Paesi meno sviluppati. Inoltre, i governi hanno presentato le candidature per i membri dell’Adaptation Committee, deciso di riconoscere gli impatti degli eventi di lenta insorgenza e riconosciuto l’importanza delle comunità locali.
Un consorzio guidato dall’UNEP è stato confermato come il candidato designato ad ospitare il Climate Technology Centre (il braccio esecutivo del “Technology Mechanism” UNFCCC istituito a Cancun nel 2010), e il Segretariato UN ha presentato il prototipo di un registro che collega informazioni sulle azioni dei Paesi in via di sviluppo per ridurre le loro emissioni con il supporto che i Paesi industrializzati dovranno dare loro.
La strada per Doha è quindi aperta e fertile, in alcuni punti critica e instabile; l’importante è tutti i Paesi, in spirito collaborativo, mantengano la strada maestra senza fare marcia indietro o cedere alla tentazione di deviare per una via nel breve termine più comoda. La posta in gioco sono la fiducia e la credibilità difficilmente riconquistate con Durban, fondamentali per progredire in un accordo internazionale.



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