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Eventi estremi, il costo dei cambiamenti climatici

Data: 21 aprile 2012  | Nessun commento
IPCC-SREX_2012

Foto: IPCC

Negli ultimi anni, estremi meteorologici ed eventi climatici (i cosiddetti eventi estremi o eventi catastrofali nel linguaggio delle assicurazioni) hanno causato la perdita di molte vite e di miliardi di dollari. Inondazioni, alluvioni, uragani, siccità … gli eventi estremi sono un tema che catalizza senza dubbio l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma la percezione del rischio viene manipolata dai media in modo talvolta imprudente, attraverso una rappresentazione della realtà che segue maggiormente le regole dello share mediatico piuttosto che quelle del rigore scientifico.

Qual è la vera relazione tra i cambiamenti climatici e gli eventi estremi? Quali sono le implicazioni di questi episodi per la società e lo sviluppo sostenibile? E cosa si può fare per rendere la società più resiliente?

La ricca letteratura scientifica sull’argomento è stata recentemente valutata dall’IPCC, il Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici, che lo scorso mese ha pubblicato lo Special Report “Managing the Risks of Extreme Events and Disasters to Advance Climate Change Adaptation (SREX) – Gestire i rischi derivanti da eventi estremi e disastri per promuovere l’adattamento ai cambiamenti climatici”.

L’analisi riguarda l’interazione tra fattori climatici, ambientali e umani che possono condurre a impatti e disastri, le modalità di gestione dei rischi derivanti, e il ruolo che assumono fattori non climatici nel determinare tali impatti.

E proprio di questo si è parlato ieri a Venezia, nel corso del seminario divulgativo “Eventi estremi: il costo dei cambiamenti climatici” ospitato dall’International Center for Climate Governance (ICCG), con Sergio Castellari, Focal Point Nazionale dell’IPCC e Jaroslav Mysiak, ricercatore del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC) ed esperto di economia e gestione delle risorse idriche, gestione del rischio e adattamento.

La ricerca scientifica dimostra che le influenze antropogeniche, incluso l’aumento di concentrazione dei gas ad effetto serra, hanno apportato dei cambiamenti alla frequenza degli eventi estremi dell’ultimo mezzo secolo. A titolo d’esempio, dal 1950 è aumentata la frequenza di “giorni caldi” e siccità in alcune zone come l’Europa del Sud o l’Africa, e di precipitazioni intense in altre zone come il Nord America.

Gli eventi climatici estremi, combinati con vulnerabilità sociale e maggior esposizione ai rischi dovuta alla crescita e alla concentrazione della popolazione, producono impatti negativi  che sono considerati disastri quando comportano danni estesi e gravi alterazioni al normale funzionamento della vita delle comunità e delle società interessate.

Solo guardando alle interrelazioni tra clima e società possiamo capire perché alcuni eventi diventino disastri e altri no: per le comunità molto esposte e vulnerabili, anche eventi non estremi possono avere impatti disastrosi. Gli impatti, che possono essere percepiti localmente o a livello globale, sono di natura diversa a seconda del contesto sociale. I danni economici dei disastri derivanti da eventi meteorologici, climatici o geofisici sono più elevati nei Paesi sviluppati, mentre le vittime sono di più nei Paesi in via di sviluppo: tra il 1970 e il 2008, più del 95% delle morti da disastri naturali sono avvenute in tali regioni. Ma i danni economici, in termini di valore assoluto, sono concentrati nei paesi sviluppati. Questo ovviamente dalla concentrazione di infrastrutture e beni ad alto valore in tali paesi.

Agire sulla vulnerabilità (attraverso la riduzione della povertà, una migliore educazione e informazione, lo sviluppo sostenibile), sull’esposizione (attraverso trasferimenti di risorse, sistemi di comunicazione e allarme rapidi, progettazione di infrastrutture adatte ad affrontare le emergenze) e sugli eventi stessi (attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra e il miglioramento delle previsioni) può contribuire all’adattamento e alla gestione del rischio.

 

Cosa aspettarci dal futuro?

Secondo il Report dell’IPCC, è probabile che la frequenza di forti precipitazioni o la proporzione di precipitazioni intense in rapporto al totale aumenti nel 21 ° secolo in molte aree del globo. La velocità massima del vento dei cicloni tropicali è destinata in media ad aumentare in alcuni bacini oceanici, mentre è probabile che la frequenza globale dei cicloni tropicali diminuisca o rimanga sostanzialmente invariata. Potrebbe ridursi il numero medio, per ciascun emisfero, dei cicloni extratropicali, ma intensificarsi la siccità in alcune stagioni e zone, a causa delle precipitazioni ridotte e/o dell’aumento della evapotraspirazione.

Sono ancora scarse le evidenze della ricerca a riguardo dei possibili cambiamenti nelle inondazioni fluviali; è invece molto probabile che l’innalzamento del livello medio del mare contribuisca a causare un innalzamento del livello delle acque costiere e che i cambiamenti nelle ondate di calore, nel ritiro dei ghiacciai e/o nella degradazione del permafrost interessino fenomeni di alta montagna, come instabilità delle pendenze, movimenti delle masse e improvvise inondazioni.

Dal punto di vista economico, gli eventi estremi avranno grosse ripercussioni sui settori più legati al clima, come l’acqua, l’agricoltura, la sicurezza alimentare, le foreste, la salute e il turismo. I disastri connessi agli estremi climatici influenzeranno la mobilità della popolazione e la delocalizzazione, che colpirà con i suoi effetti sociali ed economici sia le comunità ospitanti che quelle di origine.

Agire è già possibile

I dati sui disastri e sulla riduzione dei rischi a livello locale sono ancora scarsi ma, nonostante le incertezze sui cambiamenti che ci aspettano, è indubbio che l’adattamento possa ridurre i rischi degli eventi estremi e dei disastri oggi e nel futuro; esistono già strategie di adattamento e di gestione del rischio che vanno adattati al sistema locale o regionale considerando le caratteristiche di vulnerabilità ed esposizione del luogo specifico.

Politiche atte ad evitare, prepararsi, rispondere o affrontare il rischio dei disastri possono ridurre gli impatti e aumentare la resilienza delle comunità esposte. Lo sforzo deve essere duplice: da un lato, alimentare nuove conoscenze attraverso la ricerca su questo tema e favorirne la condivisione e il trasferimento a livello locale, nazionale, regionale e globale; dall’altro, mettere in pratica ciò che già è comprovato, e che è già sufficiente per prendere delle buone decisioni sulla gestione del rischio di disastri legati al clima.

 

Video: IPCC


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  • Carlo Carraro
    Carlo Carraro

    Direttore dell’International Center for Climate Governance (ICCG), è Rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove è anche professore ordinario di Econometria.

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    E' la finestra privilegiata dell’ICCG sul mondo, fonte di informazioni affidabili e aggiornate sulle questioni climatiche globali. Con un taglio economico-politico parlerà di attualità sul tema e aggiornerà sui risultati della ricerca di frontiera.

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